Salute

Sanita': 4 anni per una diagnosi, l'odissea dei malati di dolore

24 Ore Milano, 20 mag. (Adnkronos Salute) - Quattro anni di sofferenza e di 'shopping sanitario' inconcludente prima di arrivare a una diagnosi di dolore neuropatico. E' il tempo che in media passa dalla comparsa dei primi sintomi fino all'incontro con lo specialista giusto. Incontro che può arrivare anche dopo un'attesa record di 23 anni. E' il quadro che emerge da un'indagine condotta dall'Osservatorio nazionale sulla salute della donna (Onda) su 400 pazienti fra i 24 e i 92 anni, reclutate negli ospedali italiani premiati con i bollini rosa. Di queste il 26% soffre di dolore neuropatico. Un male al femminile, come confermano le statistiche dell'Associazione internazionale per lo studio del dolore (Iasp), secondo cui in Occidente oltre 12 milioni donne (39,6% contro il 31% degli uomini) e con un sensibile aumento con l'avanzare dell'età (30,4% prima dei 18 anni, 40,1% dopo i 65) soffrono di dolore cronico grave. E' rappresentata proprio dal ritardo diagnostico la maggiore criticità nel trattamento del dolore: basti pensare che le pazienti giungono alla prima visita, indirizzate dal medico di base (35%) o da un diverso specialista (53%), con una sintomatologia dolorosa avanzata e una intensità di dolore dichiarata intorno all'8, quando la punta massima è 10. Causato nella donna per la maggior parte da polineuropatie e radicolopatie (58%), il dolore è spesso localizzato in una sede (62%) o due (24%) con prevalenza agli arti inferiori (48%) o alla colonna vertebrale (45%). Solo nel 6% dei casi viene definito come generalizzato. "Da anni nel mondo scientifico - spiega Francesca Merzagora, presidente di Onda - si osserva che molte patologie che comportano dolori cronici, quali ad esempio cefalea emicranica, fibromialgia, artrosi o osteoporosi, tendono ad avere una maggiore incidenza nel sesso femminile. Se trascurate o sottovalutate possono avere importanti ripercussioni tanto sulle attività quotidiane, la conduzione familiare, il lavoro, la socialità, quanto sul dispendio di risorse sanitarie, sociali e i servizi di cure primarie e specialistiche".Eppure, sottolinea, "in Italia si conosce ancora poco sulla cura del dolore cronico e sono pochissimi anche gli ospedali che hanno reparti dedicati o equipe di medici che uniscono competenze e forze per trovare cure adeguate". Il risultato è che "solo il 2% dei malati - sottolinea Cesare Bonezzi, direttore dell'Unità operativa di medicina del dolore della Fondazione Maugeri di Pavia - è seguito da un medico specializzato nella cura del dolore". Mentre emerge che "circa il 40% delle donne ha fatto ricorso almeno una volta ai Fans o a trattamenti blandi con paracetamolo (20%), o nei casi più drammatici a terapie pesanti con oppioidi minori (25%) o maggiori (4%), antidepressivi (8%) e miorilassanti (18%)". Ma è molto alto anche il numero di pazienti (60%) che si è affidato a terapie alternative come fisioterapia, massaggi (34%) o terapie fisiche (29%), ionoforesi (10%), blocchi antalgici (16%), agopuntura (10%) o interventi chirurgici (4%) senza ricavarne benefici", continua Bonezzi. "E il dolore diventa un compagno di vita dal quale non puoi divorziare". Il 25% dei pazienti ritiene che il dolore cronico abbia ripercussioni importanti su stati emotivi e psichici (21%) o sul lavoro con una perdita di almeno due settimane in un anno. Il 61% dichiara di non essere stato più in grado di lavorare e il 19% di aver perso il lavoro.