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Lavoro: robot non fa paura, per 87% tecnologie non sostituiranno persone

24 Ore Roma, 14 feb. (Labitalia) - I lavoratori non hanno paura dei robot e dell’Intelligenza artificiale. Il 54% degli interpellati si dichiara favorevole all’impiego delle nuove tecnologie in azienda e solo il 16% è contrario. Il restante 30%, invece, non esprime una posizione. L’87%, inoltre, esclude la possibilità che queste nuove tecnologie possano sostituire del tutto le persone. Il timore (per il 74%) rispetto alla perdita di posti di lavoro, semmai, è focalizzato soprattutto su una particolare tipologia di lavori e lavoratori: i meno giovani e i meno scolarizzati. Questi i primi risultati del Rapporto 2018 Aidp-LabLaw a cura di Doxa su 'Robot, Intelligenza artificiale e lavoro in Italia', rispetto all’atteggiamento dei lavoratori sugli impatti delle nuove tecnologie sul lavoro.Per cogliere tutte le opportunità che i nuovi sistemi offrono, quindi, è fondamentale ripensare il nostro sistema formativo: la pensa così l’83% dei lavoratori. Prevalgono nei lavoratori associazioni semantiche positive (80%) che confermano un atteggiamento di curiosità e interesse rispetto all’utilizzo dei robot e dell’Intelligenza artificiale, anche se il 51% del campione si fa portavoce di sentimenti di preoccupazione, perplessità e timore. Tra le categorie lavorative, quella che si esprime con maggiore positività ed è maggiormente a favore dell’utilizzo dei robot e dell’Intelligenza artificiale è rappresentata dagli operai (78%), seguono i quadri (66%) e infine gli impiegati (60%). Dal punto di vista degli impatti positivi, per il 70% dei lavoratori riguardano la sicurezza nei luoghi di lavoro, per il 65% le condizioni e i carichi di lavoro e per il 47% gli orari di lavoro. Rispetto agli impatti negativi, invece, per il 48% riguarderanno le retribuzioni, per il 43% la gratificazione e la soddisfazione dei lavoratori, per il 39% le opportunità di carriera. Da sottolineare l’atteggiamento di chi lavora in aziende già robotizzate che risulta essere più positivo rispetto a chi lavora in realtà non robotizzate. Il 72% dei lavoratori di aziende robotizzate ritiene che l’Ia e i robot abbiano riflessi positivi sull’occupazione, contro il 53% di coloro che lavorano in aziende non robotizzate. Sempre tra chi lavora in aziende robotizzate, il 78% (contro il 67%) ritiene che si riduca la quantità di lavoro e migliori la qualità e l’80% (contro il 68%) che si creino le condizioni per la creazione di nuove posizioni lavorative. Complessivamente, il 67% di coloro che lavorano in aziende robotizzate valuta positivamente l’utilizzo delle nuove tecnologie contro il 48% di coloro che lavorano in aziende non robotizzate. Sebbene la maggioranza dei lavoratori si esprima favorevolmente verso le nuove tecnologie, con le differenze tra coloro che lavorano in aziende robotizzate e non, rispetto ai manager e agli imprenditori sono meno ottimisti. Tra questi ultimi, infatti, la valutazione positiva sugli impatti dell’Ia e i robot sul lavoro è complessivamente dell’83%. “I risultati della ricerca - spiega Isabella Covili Faggioli, presidente Aidp - fanno capire che la digitalizzazione non è mai solo una questione tecnologica ma strategica. C’è sempre più la consapevolezza che a nulla serviranno le tecnologie se non ci riappropriamo del pensiero, che nulla succede se le persone non lo fanno accadere e che sono le persone che fanno la differenza, sempre e comunque, ottimizzando le innovazioni e dando loro il ruolo che hanno, un ruolo di supporto e di miglioramento della qualità della vita. Questo significa un modo radicalmente diverso di affrontare la rivoluzione digitale perché rassicura la persona sulla sua importanza e insostituibilità se non nei ruoli dove vuole essere sostituita per stare meglio. Sono tre secoli che il rapporto uomo-macchina è complicato perché basato sulla paura. Paura che le macchine, in questo caso i robot, sostituiranno le persone, mentre si è poi sempre verificato che è solo migliorata la qualità della vita e che si sono venute a creare nuove professionalità".“Il sentimento prevalente tra i lavoratori rispetto ai processi di robotizzazione in atto - sottolinea Francesco Rotondi, giuslavorista co-founder LabLaw - è quello della fiducia, senza tuttavia sminuire il sentimento di paura rispetto ai rischi. Gli impatti che si percepiscono in termini di occupazione non sono legati tanto alla perdita di posti di lavoro in quanto tali. E’ qui il tema. In buona parte, non si tratterà di perdita di posti di lavoro ma di trasformazione, nel senso che non tutte le mansioni connesse a questi posti di lavoro colpiti potranno essere delegate ai robot. Il lavoro, in sostanza, ci sarà, ma dovremo essere in grado di gestire la trasformazione, di favorire percorsi fondati sull’acquisizione delle competenze necessarie a continuare ad essere parte di un mercato del lavoro che, come in passato, si adeguerà alla rivoluzione tecnologica in corso. Questo aspetto sembra ben presente nella percezione dei lavoratori e la partita si sposta sul piano delle relazioni industriali. Per salvare il lavoro, i sindacati dovranno trattare sempre di più il tema della qualificazione professionale, che sarà centrale per tutti”.