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Sanità: l'esperta, 4 malati di Alzheimer su 10 curati con farmaci impropri

24 Ore Roma, 18 feb. (AdnKronos Salute) - I malati di demenza "sono curati in modo frammentato, in assenza di una pianificazione condivisa con operatori e familiari. Il che si traduce in ripetute ospedalizzazioni, utilizzo di farmaci inappropriati, indagini diagnostiche e trattamenti invasivi. Condizioni che non prolungano la sopravvivenza, mentre contribuiscono ad aumentare stress e sofferenza". Lo spiega la geriatra Claudia Cantini, in forze all'ospedale di Pistoia, che aggiunge come anche secondo vari lavori scientifici internazionali almeno 4 pazienti su 10 sono sedati di continuo o trattati con farmaci di dubbia utilità, se non dannosi.Cantini affida le sue esperienze a una relazione che presenterà al Congresso nazionale sui Centri diurni Alzheimer, decimo della serie, organizzato a Montecatini Terme (1-2 marzo) dall'Unità di Medicina dell'invecchiamento dell'università di Firenze. L'aspetto paradossale della demenza è che produce quasi sempre due malati gravi: la persona colpita e il suo caregiver, quasi sempre un familiare. Il primo che con la memoria perde via via la coscienza di sé e la possibilità di comunicare verbalmente, l'altro che non riconosce più il congiunto e non sa intenderne i bisogni, soprattutto quando si avvicina la fase terminale con gli strazi e le sofferenze che non di rado comporta. "Sofferenze spesso oltre il sopportabile, ma che non essendo comprese non vengono lenite", spiega Cantini.In Italia si stima inoltre che negli ultimi 3 mesi di vita, quando in genere i malati gravi non comunicano più, 3 su 10 sono ricoverati almeno una volta e uno su 4 muore in ospedale invece che a casa. La verità, sostengono studiosi e operatori, è che prima del malato si dovrebbe 'curare' il caregiver. Curare nel senso di istruirlo su che cos'è la demenza o l'Alzheimer, sulle conseguenze della malattia, sui problemi che mano a mano si presentano e su come affrontarli per garantire al paziente una fine dignitosa. Il caregiver, che sia un famigliare o una badante, non sempre ha idea di cosa sta capitando, raramente è addestrato a riconoscere le patologie di un malato ormai in fase terminale non più in grado di esprimersi a parole. Il risultato è che, se il paziente si agita, urla, tenta magari di aggredire, si pensa che siano disturbi comportamentali prodotti dalla demenza e non da una sofferenza fisica o psichica: mal di denti, stipsi, cefalea, ritenzione urinaria, o anche semplice paura. Non capendolo, invece di un lassativo o di un antidolorifico, ecco che lo si riempie di sedativi. Ma i sedativi possono attenuare il dolore, di certo non ne eliminano le cause.Ormai sono molti gli studi che confermano le sofferenze dei malati di demenza grave. Studi che sottolineano la necessità di migliorare la qualità degli interventi anche educando i caregiver per qualificarne l'assistenza e assicurare ai pazienti dignità, benessere e comfort. "Non solo", aggiunge Cantini. "Occorre riflettere anche sul senso di ogni intervento: che non va ridotto a razionalità strumentale, bensì vissuto in modo critico e proporzionato ai benefici attesi e alla qualità di vita residua", conclude.