IL COMMENTO

Referendum, il messaggio è chiaro
Ora la Regione si metta al lavoro

di Michele Spanu | Twitter: @MicheleSpanu84
L'aula del consiglio regionale (foto: Consiglio.regione.sardegna.it)
L'aula del consiglio regionale (foto: Consiglio.regione.sardegna.it)

SASSARI. E ora, cosa cambierà? E' la domanda che si fanno i 500mila sardi che hanno partecipato al referendum regionale "anti-casta". La prima incognita riguarda le quattro nuove Province: da una parte c'è chi ne chiede lo scioglimento immediato, mentre sull'altro fronte c'è chi preferisce aspettare la scadenza naturale. Nell'incertezza generale, la giornata di oggi fa intuire quali potranno essere le prossime mosse: l'Unione Province Sarde ha lasciato intendere che tenterà ancora una volta di portare il caso davanti a un tribunale, come già fatto in precedenza. Mentre gli amministratori provinciali più lungimiranti hanno già capito che la partita è chiusa, dando prova di grande rispetto per gli elettori, come il presidente della Provincia di Carbonia-Iglesias, Tore Cherchi dimessosi alla fine dello spoglio. Sono singole reazioni (contrastanti) ma che da sole non bastano. Sarà necessario che la Regione si "rimbocchi le maniche" per lavorare a una seria e condivisa riforma perché l'impulso offerto dei referendum è notevole, ma da solo non può fare nulla senza nuove leggi regionali che garantiscano immediatamente ordine sulle due questioni "demolite" dal voto: il destino delle Province (dove andranno i dipendenti? E i mutui da chi dovranno essere pagati?) e l'ammontare delle indennità dei consiglieri regionali (dettaglio non trascurabile).

Cappellacci, raggiante per la vittoria, ha davanti a sé un compito molto difficile. E se per il governatore quella di oggi può essere considerata come una piccola rivincita, occorre un po' di tempo per capire gli effetti di questo voto "anti-casta". Un consiglio regionale pigro (reduce da un "ponte" di due settimane) e oltremodo litigioso (non è riuscito a mettersi d'accordo neanche sulla data del referendum) avrà il dovere di gestire temi di grande attualità: il taglio dei consigli di amministrazione, l'elezione di un'assemblea costituente. E non tutti pensano che gli onorevoli saranno all'altezza. Vedremo. Poi ci sono gli sconfitti. Chi sono? Di sicuro i partiti poltici. Innanzitutto quelli più grandi che alla vigilia delle votazioni hanno faticato, e non poco, ad esprimersi chiaramente su come votare (sperando forse nell'astensione) e che all'indomani hanno balbettato qualche dichiarazione. Altri sconfitti sono coloro che non si sono presentati alle urne per partito presto o per disaffezione verso la politica: chi ha votato ha dato loro una grande lezione di partecipazione dimostrando che in democrazia le cose si possono cambiare. Infine, anche tra le fila dei promotori del referendum c'è qualche sorriso di troppo: non bisogna dimenticare che il partito dei Riformatori, ad esempio, è stato tra i più attivi promotori dell'istituzione delle nuove Province. Ecco perché oggi il carro dei vincitori è meno affollato di quanto si pensi. 

 

 

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