273 su Facebook, 20 in piazza al sit in
La rabbia dei precari rimane sul web
di Francesco Bellu
(foto: SassariNotizie.com)
SASSARI. La rabbia e la disperazione più che su un post-it è rimasta incollata sui tasti di un pc e sul "mi piace" nella bacheca di Facebook. Perché dei 273 potenziali partecipanti al sit-in contro il precariato, stamattina si sono presentati solo una ventina di persone. Il resto? Chissà, forse era a dormire o forse rimasto a intasare il social network con la propria depressione. Perché in fondo è più comodo lamentarsi seduti in poltrona e non farlo per strada. Eppure diritti come l'equo compenso, la malattia, le indennità, la pensione non si sono certo conquistati rimanendo in casa. Tutt'altro: si è lottato per le vie, qualcuno è anche morto. Il contratto di lavoro non è certo piovuto dal cielo per grazia divina.
Eppure stamattina si sono mossi in pochi tra insegnanti, archeologi, giornalisti, operatori del Csl e altre professioni. Ognuno con una storia a sé, accomunati dall'avere un lavoro "magico": nel senso che oggi c'è ma domani può sparire. "Sim sala bim" e ti ritrovi per strada senza nessun ammortizzatore sociale, figuriamoci la cassa integrazione. Perché all'interno del mondo del precariato c'è chi ha almeno quella fortuna e chi invece non ce l'ha. Per qualche turista, magari straniero, il sit-in avrebbe dato pure la falsa immagine che a Sassari non ci fossero tanti precari: una ventina al massimo. Tant'è che qualcuno ha anche sbottato: «Perché lamentarsi allora se a conti fatti poi siamo in pochi a farlo seriamente? - si chiede - Tutti quelli che dovevano essere qui, ora dove sono finiti»?
I sindacati sono gli altri grandi assenti di stamattina: ancora si aspetta addirittura che scendano in piazza a difendere i diritti dei precari, figuriamoci se si fanno vedere in un sit-in organizzato dalla "base". Ma come racconta qualcun altro «Per i sindacati noi non contiamo. Non siamo inseriti in una categoria. Siamo fantasmi, non esistiamo. Eppure noi ci siamo, paghiamo le tasse, diamo un contributo con il nostro lavoro al Paese, ma le associazioni di categoria ci trattano come i parìa. Per loro noi precari siamo"serie B"». Nelle stesse ore il premier Mario Monti al Forum dei giovani spiegava che non bisognava aver paura di cambiare il proprio lavoro. E la risposta al presidente del Consiglio arriva quasi in contemporanea da una delle ragazze presenti in piazza Università: «La classe politica sembra confondere la parola flessibilità con precariato. Dimostrando di vivere a distanza siderale dal mondo che li circonda». Ma c'è chi questo universo fatto di incertezza non lo vive ancora pienamente, ma lo capisce, come alcuni studenti universitari arrivati apposta per seguire la manifestazione: «Saremo sicuramente i precari di domani appena finiti gli studi. Se non prendiamo coscienza adesso e cerchiamo di rimboccarci le maniche, sarà troppo tardi». E fanno un appunto sui tanti loro colleghi che non si sono presentati:«Facile indignarsi davanti allo schermo di un computer. Ma non basta».
La parola precario deriva dal latino: "precarium" e significa "ottenuto con la preghiera". Ma qui nessuno prega, semmai pretende i propri diritti. Forse quelli che volevano essere pregati erano gli oltre 200 che non si sono presentati stamattina e che, invece, nel migliore dei casi, hanno continuato a chattare su Facebook la loro rabbia 2.0.
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