LA RECENSIONE
"Cosmopolis", un viaggio al confine
in un mondo che va in dissoluzione
Al Quattro Colonne
di Francesco Bellu
(foto: Facebook)
SASSARI. "Cosmopolis" è un viaggio al termine, verso un capolinea non studiato, non previsto, non analizzato. Una "zona morta" nella quale si aggira Eric Parker, golden boy della finanza più spregiudicata, squalo rampante che gioca con i soldi e non è tanto diverso dai vari manager in doppiopetto di oggi della Goldman Sachs o di JP Morgan. Protetto da una limousine-tomba decide di "farsi il taglio" dal parruchiere che sta dall'altra parte della città mentre per strada infuriano le proteste e una visita del presidente degli Stati Uniti manda in tilt il traffico.
Trasportando molto fedelmente il romanzo di Don De Lillo, Cronenberg prosegue il suo cammino verso l'astrazione. Nella sua carriera ha sempre raccontato la metamorfosi attraverso l'analisi spesso spietata del mutamento corporale e carnale. Ogni passaggio comportava la lacerazione. Un cinema di pancia che ora però è diventato cerebrale. Ad essere sconquassati non sono più corpi, ma le menti. Da quelle disturbate di "Spider" a quelle alterate di "Existenz". Una evoluzione che comunque è sempre terribile e devastante, anche quando si prova a regolarizzarla, a imporle un metodo. "Cosmopolis" è, infatti, molto vicino all'altra controversa opera del regista canadese: "A dangerous method". Il confronto/scontro tra i padri della psicanalisi Freud e Jung e il loro rapporto con Sabina Spielman è per molti aspetti il rovescio della stessa medaglia. Lì eravamo all'alba del nuovo secolo, del capitalismo ancora in fasce, mentre la parabola di Eric Parker ne racconta il tracollo finanziario e soprattutto umano.
Il suo viaggio nei meandri della città è segnato dalla pausa perenne, dalla immobilità. La limousine sembra non arrivare mai al punto predestinato, vuoi per motivi "oggettivi" (traffico, blocchi stradali, proteste di piazza, le chiacchierate con i propri consulenti finanziari), vuoi perché in fondo a Cronenberg, non interessa più di tanto portarlo subito a destinazione. D'altronde alla base degli spostamenti del protagonista c'è un motivo banale, stupido per certi versi: quel "rifarsi il taglio" che in maniera quasi compulsiva spunta nei lunghi dialoghi insieme alla preoccupazione per la propria "prostata deviata". Parker sembra, infatti, quasi ossessionato delle sue asimmetrie: lui che calcola tutto alla perfezione, che segue in maniera maniacale ogni minima variazione del denaro sul quale specula, non riesce quasi a farsene una ragione e affronta tutto ciò in maniera quasi ridicola. I suoi rapporti personali sono invece improntanti solo attraverso il dialogo. Un fiume di parole incessante, serrato, che rischia il paradosso, tanto da risultare volutamente innaturale.
L'unica componente fisica è quella sessuale, ma rimane fredda, meccanica, come un mero scambio di "informazioni" e non sempre appaga, come nel caso della moglie del protagonista. Lei gli sussurra: «Odori di sesso», ma non riesce ad andare oltre. Gli promette un rapporto a lungo desiderato, ma non si arriva mai al dunque. Così lo «scopiamo» rimane solo una fantasia mentale ripetuta verbalmente ad ogni incontro. Il resto è solo speculazione, non ha nessuna importanza. È il nulla. "Cosmopolis" rimane un oggetto difficile, inafferrabile, spiazzante, fatto apposta per dividere e lacerare. Una sorta di alieno cinematografico su cui soffiano i venti di un mondo in putrefazione. Nessuno scamperà alla fine. Capolavoro? Stavolta mi sbilancio e azzardo: si, lo è.
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