CINEMA IN POLTRONA
Epos borgataro e dimensione mitica
nel "Romanzo criminale" di Placido
di Francesco Bellu
SASSARI. "Romanzo criminale" ha rappresentato una faccia insolita nello scenario cinematografico italiano degli ultimi anni. Di fronte a un panorama che tutt'ora si interroga e scandaglia perlopiù gli angoli remoti dell'esistenza, in famiglie preferibilmente dissestate e sull'orlo del collasso, Michele Placido ha preferito guardare indietro ai film di genere. Ma non è solo questione di stile: nei primi piani serrati e nei campi medi, con la macchina da presa che rimane incollata sui personaggi, si riflette certo un modo di fare che rimanda agli anni Settanta, ma allo stesso tempo cerca nuove strade.
Placido riesce a rendere la vertigine elettrica delle pagine di De Cataldo in maniera ruvida, trasformando e reinventando la miscela narrativa di quelle righe che mescolano: criminali, bulli, pupe, terrorismo nero, servizi deviati e burattinai dal cuore oscuro. Sullo sfondo si muove un quadro allucinato che va dalla morte di Moro, passa per la strategia della tensione, arriva sino all'attentato al Papa e alla strage di Bologna. Dietro Libano, Freddo, Dandi, Nero, Scrocchiazeppi si nasconde la più efferata organizzazione criminale che per un ventennio ha spadroneggiato su Roma ed è diventata all'occorrenza manovalanza armata per trame eversive al soldo di uomini in doppiopetto dei palazzi del potere. La famigerata "banda della Magliana" è una cronaca borgatara del male, trasfigurata a immaginario mitico con il passare degli anni. Dietro i nomi da romanzo si nascondono nella realtà quelli "normali" di Franco Giuseppucci, Enrico De Pedis e Maurizio Abbatino. Ma le loro storie di malavita sono troppo cariche di suggestioni per non trasformarsi in narrazione eroica. De Cataldo e Placido lo sanno bene, tanto da usare tutte le convenzioni del noir, le uniche capaci a mantenere l'ambiguità di questa scelta. A fare da rottura e a rendere tutto volutamente fittizio, e quindi cinematografico, è la struttura impressionista del racconto che privilegia le musiche per descrivere ed inquadrare un determinato periodo, piuttosto che la didasclicità di scritte e date.
L'alone romantico di eroi in negativo è ingabbiato in un inferno buio e asfissiante, senza possibilità di redenzione. Per questo l'unica strada per arrivare finalmente a intravvedere la luce è una sola: quella della morte. Una nuova dimensione mitica in cui però si perde lo status di eroi e si ritorna bambini. Solo allora si potrà ricominciare a cantare e ad urlare a squarciagola "Io ho in mente te" di Battisti. Come un tempo, quando la banda e gli omicidi erano ancora lontani.
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