Trichinellosi, un triste primato sardo

Trichinella vista al microscopio (foto: Istituto Zooprofilattico)
Trichinella vista al microscopio (foto: Istituto Zooprofilattico)

SASSARI. È arrivata nel 2005 e in pochi anni è diventata un problema per la salute in alcune zone del Nuorese, dove ora rischia di espandersi. Questa la dinamica della trichinellosi in Sardegna, che nel 2011 ha fatto registrare 6 casi umani di malattia. Un triste primato per la nostra isola, unica regione in Italia dove è stata accertata la presenza del parassita della Trichinella negli esseri umani e nei suini domestici.

I dati sono stati presentati i giorni scorsi ad Alghero dall’Istituto Zooprofilattico Sperimentale della Sardegna (IZS), durante il Congresso nazionale della Società italiana di parassitologia (SOIPA). Alla tavola rotonda sulla “Epidemiologia della trichinellosi nell’uomo e negli animali in Italia e in Europa” si sono confrontati esperti italiani, spagnoli e croati, invitati dai parassitologi del Dipartimento di Medicina Veterinaria dell’Università di Sassari.

La trichinellosi è una malattia causata da vermi cilindrici appartenenti al genere Trichinella e può essere trasmessa dagli animali all’uomo (zoonosi). Il parassita è in grado di infettare soprattutto i mammiferi carnivori e onnivori, come il maiale, la volpe e il cinghiale, ma può colpire anche l’uomo per via alimentare attraverso il consumo di insaccati o di carne  poco cotta. «Fino al 2004 la Sardegna era una regione indenne da trichinellosi – ha detto il responsabile del Dipartimento IZS di Nuoro, Ennio Bandino -, ma l’anno successivo in due distinti focolai sono stati accertati 19 casi umani dovuti al consumo di insaccati provenienti da suini allevati nel comune di Orgosolo e macellati  senza alcun controllo veterinario». Nel 2006 uno studio ha confermato la presenza del parassita in alcuni suini allevati allo stato brado, poi un altro caso umano nel 2007 e, infine, il più recente focolaio del 2011 che ha coinvolto 6 persone.
L’indagine epidemiologica dell’Istituto Zooprofilattico, eseguita tra il 2010 e il 2012, ha interessato oltre 5mila campioni di animali che comprendevano suini bradi “irregolari”,  suini “censiti” allevati per autoconsumo familiare, volpi e cinghiali abbattuti durante le due stagioni venatorie nelle province di Nuoro e Ogliastra. Obiettivo, conoscere la diffusione della Trichinella britovi, nella popolazione suina allevata allo stato brado e negli animali selvatici. 

«Gli esami hanno condotto alla scoperta del primo caso di positività nelle volpi, cifra che è poi salita al 35 per cento dei campioni - ha dichiarato il dottor Bandino –,  mentre nei suini allevati allo stato brado si è riscontrato una positività del 3 per cento». Tutti i casi accertati sono racchiusi all’interno del territorio di Orgosolo. Nel corso degli anni la presenza della Trichinella nella popolazione domestica e selvatica si è allargata a macchia d’olio e dalle zone dei primi focolai  di Sos pireddas e Carvacone si è spostata a Est e a Sud, verso Mamosi, Frontes e Sos Venales. «Questo significa che la diffusione del parassita si sta avvicinando pericolosamente ai confini di Fonni e all’Ogliastra (Urzulei) – ha proseguito l’esperto dello Zooprofilattico – e la presenza di suini allevati illegalmente e senza alcun controllo sanitario rappresenta un importante fattore di rischio per la diffusione in altre aree dell’isola dove è praticato questo tipo di pascolo brado».

Anche i cinghiali, nonostante siano risultati negativi, sono esposti al rischio di infezione. «Pertanto i cacciatori devono essere consapevoli dei rischi collegati alla mancata ispezione sanitaria e all’abbandono di visceri o carcasse nell’ambiente», avvertono gli esperti dell'IZS. L’anno scorso in Spagna è morto un uomo che aveva mangiato carni parassitate di un cinghiale.
L’instaurarsi del ciclo silvestre della Trichinella rende tutto più difficile e gli sforzi per l’eradicazione della malattia potrebbero essere vani. Ma è quanto meno importante circoscriverla ad un territorio più ristretto possibile e ridurre al minimo il rischio di infezione per l’uomo. 
Da qui la necessità di favorire una corretta informazione dei consumatori e delle popolazioni locali coinvolte, in modo da renderle consapevoli dei rischi a cui il proprio ambiente può essere esposto con l’introduzione di animali non garantiti dal punto di vista sanitario.

 

 

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