LETTERA ALLA REDAZIONE

Riapre il master in giornalismo?
"Sforna professionisti disoccupati"

SASSARI. Riceviamo e pubblichiamo una lettera in merito alla notizia di una possibile riapertura della scuola di giornalismo di Sassari pubblicata nei giorni scorsi dal nostro quotidiano. A firmarla è un ex allievo deluso, ma soprattutto preoccupato. 

Egregio direttore,
vorrei portare all’attenzione dei lettori alcune considerazioni sull’articolo di Daniele Giola, in merito alla potenziale riapertura del Master universitario in giornalismo, chiuso a Sassari un anno fa dall’Ordine nazionale per varie inadempienze. Posso ben dire che, alla notizia della riapertura, tra gli ex allievi come me si è immediatamente creato un senso di inquietudine. Ma non solo. Un certo allarmismo ha fatto sobbalzare gran parte del mondo giornalistico del nord Sardegna, dove tra i più giovani, e i non più tali, la disoccupazione, la precarietà, il lavoro nero e i compensi inadeguati sono una tragica normalità. Uno sfondo che non riesce davvero ad emergere all’esterno, dal momento che le testate giornalistiche sono lodevolmente occupate a denunciare i guai dei cassintegrati, le lotte dei pastori, le battaglie sindacali dei ferrotranvieri, dei metalmeccanici ecc. Insomma: a denunciare tutti i guai dei dipendenti altrui. Su una situazione onestamente più drammatica, quella dei collaboratori retribuiti per anni con pochi euro ad articolo, invece, silenzio tombale.
Ora, riaprire un “giornalistificio” come quello in questione, che sforna 30 professionisti a biennio, in uno scenario che forse può assorbirne tre o quattro ogni dieci anni, procurerà un’ulteriore mazzata al già disastrato ambito giornalistico locale. Saranno in molti, alla fine del praticantato, a collaudare sulla propria pelle questo “imbuto” stracolmo di disoccupazione.
I dirigenti del master, da buoni venditori di un “prodotto elitario” (in buona misura: di illusioni), fanno sognare i giovani con slogan di grande effetto: «pensa al tuo futuro, diventa giornalista». Sostengono che la quasi totalità dei vecchi masterizzati abbia trovato un lavoro. Ma è davvero così? Per quanto è sotto gli occhi di tutti, pochissimi lo hanno ottenuto nel contesto editoriale. Forse il riferimento è a un posto da cameriere, o magari da operaio; ma anche questo è piuttosto improbabile, dato che se hai un master alle spalle, o anche soltanto una laurea nel tuo curriculum, hai anche una certa età, e non vieni più assunto nemmeno a zappare. Se per lavoro poi, intendono un rapporto di collaborazione, remunerato con cifre che variano dai 3 ai 10 euro lordi a pezzo, è un altro discorso. Ma per dignità e buon senso non mi sento di accettarlo: non basterebbe una vita soltanto per rifarsi dei circa 10mila euro spesi durante il corso. Oltre ai soldi, si rischia di buttar via anche due anni di esistenza (post universitaria, forse diversamente lavorativa). Due anni nei quali per mantenersi non è possibile fare un altro lavoro, come invece si poteva ai tempi dell'università.
Il master garantisce l’accesso all’esame di Stato, un’iscrizione all’albo che non è proprio sinonimo di occupazione. Ottenere il tesserino da professionista infatti, non significa far parte di una casta, come molti credono. Significa, nel maggior numero delle possibilità, restare disoccupati. Un impiego semmai è assicurato ai docenti, che è vero, in certi casi arrotondano la pensione. Ma non è questo il problema. Alcuni di loro hanno dimostrato serie doti professionali. E anche le carenze nella didattica non sono il male assoluto. Perché quello del giornalista è un mestiere che in gran parte si apprende sul campo… quando c’è spazio per inserirsi, sia chiaro.
Forse il tentativo del rettore di “rilanciare la scuola e dare una marcia in più” (per citare l'articolo di SassariNotizie) ai futuri iscritti è anche lodevole. Eppure, è come concedere una marcia in più a un’auto senza motore. Basti ricordare che, al recente concorso per addetto stampa dell’università (un posto prestigioso a tempo indeterminato), ai tanti ex allievi del suo master, l’Ateneo ha preferito un candidato – indubbiamente bravissimo e titolato ma – non masterizzato a Sassari e nemmeno professionista.
Nonostante tutto, è evidente che al Magnifico le sorti del master stiano particolarmente a cuore. E le poche vere assunzioni (con la tanto sbandierata - e mai vista - presenza di grandi firme nazionali tra i docenti), hanno permesso alla scuola di Sassari di ottenere una superlativa quanto fuorviante pubblicità.
La percentuale di effettivi collocamenti post-master è di fatto ridicola, come del resto lo è nelle scuole di giornalismo di tutta Italia: per ognuno che riesce a “sistemarsi”, quasi sempre con contratti a tempo determinato, altri dieci passano in lista d’attesa. Il rapporto è al di sotto del 10 per cento rispetto al totale. Come vincere alla lotteria.
Un agile riscontro sul piazzamento degli ex allievi dell’ultima edizione, ci permette di verificare che molti collaborino attivamente con testate regionali. Un discreto successo, se non si considerano i loro compensi: pochi euro ad articolo. Somme che corrispondono a 100, 200 euro mensili. L’ostinazione ad operare a certe condizioni - al limite della schiavitù - è motivata dalla consapevolezza di aver speso tanto, in termini di tempo e di denaro, e dalla speranza in una futura assunzione, magari tra cinque, dieci anni, forse mai. Nessuna garanzia. Il periodo grigio che l’editoria sta vivendo anche a causa di internet, rende più cupe le aspettative.
C’è chi, più ottimista, ha provato a giocare la carta dell’emigrazione, pensando: “Oltremare ci saranno più possibilità”. Ma dopo mesi di sfruttamento non retribuito, mediante stage in redazioni più o meno blasonate, arriva il fatidico calcio nel sedere, e tanti saluti. E per i più fortunati, inizia un’attività da collaboratore per qualche spicciolo, tanto da far rimpiangere la Sardegna, dove almeno si risparmiava sull’affitto di casa. Una sola assunzione - eccezione che conferma la regola - è da registrare nel centro-Italia: un ingaggio per una sostituzione temporanea in una redazione online.
Sono quattro i colleghi dell’ultimo biennio che devono ancora diventare professionisti. Avranno la possibilità di superare l’esame nella prossima sessione autunnale. Tuttavia, benché il titolo rappresenti il coronamento di un lungo, quanto agognato e dispendioso percorso, forse, a conti fatti ci penseranno almeno due volte. Nei giornali e nelle tv (e come abbiamo visto, nei concorsi universitari) dell’attestato di master e del Tesserino se ne fregano altamente. Chiunque può scrivere per le redazioni. È sufficiente che lo vogliano il direttore o qualche caposervizio, e non occorre alcun titolo. Le parcelle non cambiano affatto se non per gli oneri: i 100 euro annuali di iscrizione all’Odg. Il discorso non cambia per le piccole emittenti locali, soffocate dal tracollo della pubblicità dovuto alla crisi economica. Hanno grande diffidenza a servirsi di professionisti, nel sospetto che la loro qualifica sia oltremodo "pericolosa", in senso retributivo.
Morale della favola, o meglio, paradosso del master che ti fa diventare “professionista-disoccupato”, facendoti spendere due anni di vita e 10mila euro: chi diventa professionista, teoricamente non può fare un altro mestiere; ma allo stesso tempo non ha un lavoro da giornalista, e se lo trova, raramente sopravvive con simili compensi.
La nave sulla quale viaggiano speranzosi tanti giovani e brillanti giornalisti sassaresi, è paragonabile a un Titanic affannato in un oceano di fredda decadenza economica e occupazionale. Su questa rotta avventurosa dalle mille incognite si avvicina minaccioso un grosso iceberg anch'esso carico di disoccupati: la riapertura del master universitario in giornalismo. Grazie per lo spazio concesso e in bocca al lupo a tutti.
 
Un ex allievo del master in giornalismo di Sassari

Lettera firmata

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