LA RECENSIONE
"Prometheus", la debolezza del plot
e la potenza della messa in scena
Al cinema Moderno
di Francesco Bellu
SASSARI. Meglio dirlo subito, a scanso di equivoci: "Prometheus" è un film da difendere. Nonostante tutto, malgrado i difetti oggettivi a livello di narrazione e non merita il "linciaggio" critico a cui è stato sottoposto soprattutto in Italia. Liquidarlo come un film inferiore rispetto a "Alien" e "Blade Runner" è facile, così come è ovvio che Noomi Rapace non possa competere con l'indimenticabile capitano Ripley, interpretato da Sigourney Weaver nel primo capitolo della saga fantascientifica. Ma il discorso va reimpostato su altre basi, se no si rischia di cadere nei preconcetti. Il film ha ambizioni altissime: spiegare l'origine della vita umana sulla Terra e cercare quindi di dare una spiegazione a tutto ciò. Un equipaggio va sino ai confini della galassia per trovare le risposte ma si imbatterà di fronte a qualcosa che non aveva mai osato immaginare. Riflessione filosofica, dubbi esistenziali e interrogativi "totali" si mischiano all'interno di una cornice visiva di impatto dirompente. Ed è questo l'aspetto peculiare di "Prometheus": l'avere due anime che corrono su due binari paralleli, ma che non riescono mai a fondersi in maniera completa.
Il problema sta nella scrittura, curata tra gli altri, da Damon Lindelof, uno degli autori del serial tv di culto "Lost". Capace di creare misteri intriganti, la narrazione procede per accumulo dimenticandosi però di sciogliere tutti i nodi narrativi disseminati lungo il racconto. L'impressione è che Lindelof abbia scordato di trovarsi di fronte ad un prodotto unico e non seriale, non rinnovabile ad ogni puntata o stagione come un telefilm di alta fattura. D'altronde se si va a vedere le ultime grandi produzioni hollywoodiane ci si rende conto che sono o remake e sequel o prequel. Poi ci sono i cosiddetti "reboot", film che riprendono da capo storie già note rivitalizzate da nuove letture e riletture: dal Batman di Nolan, alle recenti Biancaneve, passando per le origini di Wolverine e gli altri X-Men. Sono peraltro già usciti un altro Spiderman e sta per arrivare l'ennesimo Superman. "Prometheus", da questo punto di vista non fa eccezione: racconta gli antefatti di "Alien", ma ha una differenza sostanziale: va addirittura oltre.
Perché a Ridley Scott pare interessi sino ad un certo punto collegarlo con il suo film del 1979, nonostante semini lungo le oltre due ore tutta una serie di richiami di indubbio fascino includendo, grazie alla figura magnetica del robot David (un impressionante Michael Fassbender), un parallelo neanche tanto nascosto anche con i replicanti di "Blade Runner". Ed è la sua mano poderosa a salvare il film. Non è la prima volta che accade: anche ne "Le crociate" la debolezza della scrittura era riscattata da una regia capace di dare carne e sostanza alla traballante impalcatura narrativa. Maestro indiscusso della luce e della capacità di filmare e ricreare gli spazi (siano essi ampi e distesi o stretti), Scott costruisce una messa in scena visivamente imponente capace di reinventarsi ad ogni movimento di macchina e cambio di inquadratura. Se c'è un regista portato per la fantascienza, quello è proprio Scott, perché è il genere per antonomasia in cui lo spazio, inteso come luogo in cui far interagire i personaggi, è tutto. E "Prometheus" lo è alla ennesima potenza. Perché le imperfezioni di cui è costellato non intaccano la sorpresa, la meraviglia mista ad orrore di un viaggio di frontiera che toglie il fiato. Un cammino ai confini dell'universo e del sapere. In attesa di vedere spuntare l'astronave "Nostromo" e i suoi incubi nascosti.
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