ARCHEOLOGIA

Bisarcio, quando lo scavo va sul web
Il passato rivive in presa diretta

di Francesco Bellu
 (foto: Marco Milanese, per gentile concessione)
(foto: Marco Milanese, per gentile concessione)

SASSARI. Foto, commenti, informazioni tecniche, filmati. Lo scavo va in diretta su Internet attraverso Facebook. Il passato viene riscoperto attraverso la modernità e viene condiviso. Un modo utile e curioso per ampliare le conoscenze, mettere a contatto persone e competenze. Questo e molto altro ancora si sta svolgendo a Bisarcio, sotto la mole della grande cattedrale a due passi da Ozieri. Lo scavo è portato avanti da un team di archeologi dell'Università di Sassari coordinati da Marco Milanese, docente di Metodologia della Ricerca Archeologica e di Archeologia Medievale insieme al Comune di Ozieri e la Soprintendenza archeologica di Sassari e Nuoro. La sfida è quella di mettere in luce il villaggio intorno alla chiesa, abbandonato nel XVIII secolo e non più abitato. Sede della diocesi da almeno gli anni Ottanta dell’XI secolo fino al XVI secolo è stato un centro importantissimo nella storia medievale della Sardegna. Unica testimonianza rimasta ancora in piedi del passato splendore è appunto la basilica dedicata a Sant'Antioco. Allo scavo partecipano una ventina di studenti principalmente dell'Università di Sassari, ma anche qualcuno da Pisa, Padova, Cagliari, mentre i responsabili delle quattro aree d'intervento sono gli archeologi Maria Chiara Deriu, Giovanni Frau, Carla Sgerella, Maria Cherchi e Alessandra Deiana. «Sono tutti sardi doc» ci tiene a sottolineare Milanese.

«A partire dal 2009 con lo scavo del cimitero della peste ad Alghero, avevo introdotto la formula dello scavo in diretta. - spiega Milanese - Un'operazione di trasparenza e condivisione per un'archeologia pubblica. Pochi o tanti che siano, i quattrini sono quasi sempre pubblici e quindi l'etica professionale spinge a condividere con la società civile i risultati. Quanti milioni di euro oggi vengono spesi per scavi di cui non sanno poi niente nè gli addetti ai lavori, né le persone comuni»? E i risultati di Bisarcio sono facilmente visibili sulla pagina "Bisarcio live archaelogy 2012": il sorvolo del villaggio effettuato il 22 Settembre con il Drone Octocopter della Oben srl (oltre 1700 fotografie scattate dall'alto) ha permesso di identificare i resti di oltre 120 edifici e di realizzare una planimetria completa che permette di comprendere la sua pianificazione urbanistica, le strade, le schiere di edifici, gli spazi privati o pubblici, la chiesa, il probabile cimitero, il rapporto con l’area episcopale. «Una cosa di questo genere, di solito, si ottiene dopo molti anni di scavi. - continua Milanese -  Il progetto è ampio ed ha una ricca agenda di domande storiche e vede in modo nitido la valorizzazione del sito e la sua trasformazione in tempi rapidi in attrattore turistico di questo territorio».

Nella geografia della Sardegna medievale, Bisarcio, sede episcopale della diocesi omonima, era uno dei centri più importanti del Giudicato di Torres. Si trovava in una posizione strategica lungo la via principale collegava Porto Torres e Sassari verso Cagliari, confinava con le diocesi di Ploaghe e di Castra e non era distante dal confine con il Giudicato di Gallura.
Le prime notizie sul villaggio sono due documenti che fanno parte del controverso condaghe (un documento monastico in cui sono inseriti dati amministrativi) di Bisarcio e trattano la vendita di terreni intorno alla seconda metà dell’XI secolo. La prima attestazione sicura è del 18 marzo 1082, nel documento di donazione della chiesa di S. Michele di Plaiano a S. Maria di Pisa, dove figura il vescovo di Bisarcio Costantino. Da una fonte della metà del Trecento veniamo a conoscenza che sul posto ci sono circa 200 fuochi (nuclei familiari),  una cifra che va mano a mano calando visto che nel XVI secolo sono attestati 50 fuochi, poi 20 nei decenni successivi, sino ad arrivare, verso la fine del XVII secolo a solo 6. Alla fine del Cinquecento il luogo doveva essere già abbandonato visto che Giovanni Francesco Fara lo descrive come quasi distrutto, con poche capanne «senz’aver conservato niente della grandezza degli antichi edifici» mentre nella Relazione sugli stati di Oliva scritta nel 1769 da Vincenzo Mameli De Ormedilla il villaggio risulta distrutto non da troppo tempo, con alcune case quasi intatte.

Le tracce più visibili del villaggio sono situate a Nord della chiesa, ma non escluso che il villaggio possa estendersi anche ad Est della chiesa, dove oggi si trovano numerose strutture moderne. A Nord della cattedrale sono presenti ruderi di varie dimensioni con muri ancora in piedi ma di difficile identificazione  a causa della vicinanza delle costruzioni che spesso utilizzano pareti in comune. Tra i vari edifici quelli di maggiormente conservati sono quelli di una chiesa, di cui si distingue chiaramente l’abside, e i resti di una grossa struttura di dimensioni molto superiori alle altre e provvista di più piani.

 

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Immagini articolo
  •  (foto: Marco Milanese, per gentile concessione)
  •  (foto: Marco Milanese, per gentile concessione)
  • Il drone Octocopter  (foto: Marco Milanese, per gentile concessione)