L'INTERVISTA

Il viaggio di Peter Marcias tra i Rom
per "Dimmi che destino avrò"

di Francesco Bellu
 (foto: Peter Marcias, per gentile concessione)
(foto: Peter Marcias, per gentile concessione)

SASSARI. Punto di partenza, di un "viaggio", così Peter Marcias presenta il suo ultimo film, "Dimmi che destino avrò" (qui il trailer) che sarà proiettato da domani al cinema Verdi. Un percorso inizialmente personale poi diventato per forza di cose da condividere. C'era l'urgenza di raccontare tutto ciò. Presentato all'ultimo festival del cinema di Tonino, nella sezione Festa Mobile, arriverà anche nelle sale della Penisola grazie alla Pablo Film di Gianluca Arcopinto, produttore sempre attento alle realtà più curiose che vengono fuori dal mondo del cinema italiano. Al centro dell'ultima opera di Marcias c'è Alina, una ragazza di origine Rom, che da anni vive a Parigi per lavoro. Rientrata nel suo villaggio natio nei pressi di Cagliari in Sardegna, instaura un rapporto amichevole con Giampaolo Esposito, un cinquantenne commissario di Polizia. In questa nuova dimensione, dovrà confrontarsi con se stessa, con le sue più intime emozioni attraverso “un viaggio” che la condurrà a rivedere la sua vita, le sue aspirazioni e soprattutto la sua vera identità. Questo passaggio segnerà la fine della giovinezza e l’inizio di una maturità che la renderà più consapevole delle sue debolezze. Il suo passato aprirà una breccia sul futuro di una giovane che sta per diventare donna. In "Dimmi che destino" avrai, il regista ripercorre quelli che sono i suoi temi più cari: la diversità, l’integrazione, il dramma sociale, affrontati sempre con un tocco di realismo magico. SassariNotizie ha incontrato Peter Marcias alla vigilia della "prima" sassarese del suo film.

«Dopo "I bambini della sua vita" con "Dimmi che destino avrò" torni a raccontare un ritorno a casa, con un personaggio che deve rifare i conti con il proprio vissuto personale. Ma non solo. In questo caso lo inserisci un contesto decisamente più complesso. Tocchi temi importanti come l'integrazione, l'accettazione, i diritti civili in senso lato, attraverso una vicenda che potrebbe essere materia di un fatto di cronaca di questi giorni. È una bella sfida non trovi»?
 
«Mi ha dato l'idea di partenza Gianni Loy, scrittore e sceneggiatore, grande conoscitore della cultura ed etnia Rom. Ho accettato la sfida subito, mi sono innamorato del progetto. Raccontare le vecchie e nuove generazioni di Rom, sardi (ci vivono da quarant'anni). Il ritorno a casa è casuale, però forse mi ha interessato proprio per questo. Alina rientra e decide di sistemare alcune cose, in realtà deve fare i conti con il suo passato».
 
 
«Racconti il mondo Rom da un punto di vista diretto, da quel che ho capito hai rifiutato di descriverlo in maniera antropologica, quasi documentaristica, ma hai deciso di puntare dritto agli aspetti più spinosi attraverso una cornice narrativa che guarda ai film di genere. C'è un ispettore di Polizia, una persona scomparsa. Insomma siamo sul terreno del noir metropolitano».
 
«Quando mi chiedono che film ho realizzato, rispondo film "documentaristico". In effetti nei due mesi di riprese, non ho mai perso la "bussola". L'unica cosa, non capivo dove iniziava la fiction e dove finiva il documentario. Inconsciamente io ed i miei collaboratori abbiamo realizzato qualcosa di diverso, rispetto a quello che si produce nel nostro paese. È stato importante il sostegno produttivo di Gianluca Arcopinto ed i suoi preziosi consigli».

«Hai lavorato a quando a Cagliari era appena scoppiata la polemica sugli alloggi destinati a un piccolo gruppo di Rom da parte del Comune. Quanto ha influito questo aspetto nella realizzazione del film»?
 
«Quando giro un film mi chiudo a riccio. Non è mai trapelata la notizia delle riprese, a parte qualcuno che ci vedeva girare. Mi ha veramente toccato quella polemica assurda. Tante dichiarazioni e fatti assurdi balzati alla cronaca, che poi sono arrivati anche nel resto d'Italia. Spero che la visione del film aiuti a capire meglio che la città di Cagliari ha un suo progetto di inclusione sociale».

«Hai girato in un campo nomadi reale con persone che vivevano lì. Come è andata? Come hanno visto questa tua "invasione" a casa loro»?
 
«È successo tutto gradatamente, c'è stato uno scambio reciproco di opinioni e soprattutto scambio di fiducia. La nostra serietà è stata subito accettata. Io volevo solo girare il mio film e da persone sapienti hanno capito la mia idea di cinema. Abbiamo lavorato in serenità e collaborazione, alcuni giovani ragazzi dei campi facevano parte della troupe tecnica. Tutto ciò è stato bellissimo. È un film sull'interazione tra individui».

«Hai come protagonisti la più famosa attrice albanese, Luli Bitri e Salvatore Cantalupo che ha recitato in "Gomorra" di Matteo Garrone. Come li hai scelti e come si sono trovati a girare sul set»? 
 
«Lei l'ho amata nel film "Amnistia" che ho visto a Berlino, l'ho contattata subito e parlato del progetto. Di lui mi piace la genuinità e soprattutto la grande umiltà. Un uomo coerente che ha dato spessore al personaggio. Due attori strepitosi. Ma ricordo anche gli altri: Andrea Dianetti, Pietrina Menneas, Davide Careddu, Nino Nonnis».

«Con Columbu e Casu sei stato selezionato all'ultimo Festival di Torino, Mereu era a Venezia, Naitza a Roma. Come leggi questo aspetto? Finalmente ci si è accorti che esiste la Sardegna anche nel cinema? Alcuni parlano di rinascita, "primavera sarda" sul grande schermo? Non è meglio parlare di registi che fanno lavori interessanti senza dover essere per forza etichettati in base alla provenienza regionale»?
 
«Sono d'accordo con te. Comunque è stato un piacere enorme a Torino stare insieme a Giovanni e Giuseppe. "Su Re" l'ho visto alla proiezione stampa, un grande film. Ammiro la sua tenacia ed il risultato è eccellente».

«Arrivi in sala grazie ad un produttore indipendente "duro e puro" come Gianluca Arcopinto. Stavolta l'impressione è che hai avuto meno problemi rispetto al passato e il tuo film avrà una circolazione migliore? O sbaglio»? 
 
«Lo distribuisce il marchio Pablo, per me è molto importante."I bambini della sua vita" ebbe una vita burrascosa, purtroppo per problemi produttivi e di poca chiarezza da parte dei finanziatori. E' un film però a cui tengo molto. In questa nuova esperienza con "Dimmi che destino avrò" grazie ad Arcopinto e la Fondazione Anna Ruggiu, "il clima" è stato più sereno. Ora spetta al pubblico darci le sue impressioni».

 

 

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  •  (foto: Peter Marcias, per gentile concessione)
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  • Peter Marcias (foto: Peter Marcias, per gentile concessione)