LA RECENSIONE

"The master": il maestro, l'allievo
e il controllo totale delle pulsioni

Al Quattro Colonne
di Francesco Bellu
Una scena di "The master" (foto: Facebook)
Una scena di "The master" (foto: Facebook)

SASSARI. Padri e figli. Il cinema di Paul Thomas Anderson si declina sempre attraverso queste due figure portanti e ingombranti. Tanto da essere politico. Dietro scorrono gli archetipi della letteratura americana del Novecento: Philip Roth e Cormack McCarthy. Allo spettatore non resta altro che venire a patti con l'autore. Perché il suo cinema è eccessivo, malato, una continua ricerca spasmodica della perfezione assoluta. Sullo schermo tutto ciò si traduce in un montaggio spezzato in mille schizzi di immagine o imbrigliato in lunghi piani sequenza. "The master" non sfugge a questa "classificazione", anche se in realtà le etichette stanno decisamente strette a Paul Thomas Anderson che, per sua natura, cerca anzi l'esatto contrario: eluderle. Perciò le definizioni sono solo come dei compromessi attraverso il quale cercare di leggere attraverso le sue immagini.

Molti considerano Anderson un regista "difficile".  Più facile farne oggetto di discussione che di comprensione. E su "The master" l'inchiostro si è sprecato a fiumi tra pareri dissonanti ed estremi. Come lo sono i personaggi di questo film. Freddie Quell è reduce dalla Seconda Guerra Mondiale con ancora addosso choc difficili da metabolizzare. Vagabonda senza meta negli States di fine anni Quaranta alla ricerca di qualcosa che gli plachi i fantasmi di un'anima affogata tra intrugli alcolici di mezza tacca che crea lui stesso e una rabbia frustrata e accecata da una violenza difficile da controllare. La sua nemesi è Lancaster Dodd, uomo dotato di un fascino iponotico, che ha creato una setta, chiamata "La causa", in cui incanala la sua inquietudine esistenziale tra reicarnazione, filosofia e pseudoscienza. Sono entrambi uomini soli, attanagliati da un male di vivere e che si rapportano con gli altri attraverso il dominio e il possesso. Daniel Day Lewis cannibalizzava la scena ne "Il petroliere" - opera precedente a "The master" - riuscendo a rendere angusto e asfissiante lo spazio infinito del deserto del New Mexico, qua l'orizzonte si fa più circoscritto ma non è meno implacabile. Se per Freddie lo scopo è quello di tenere a bada le proprie pulsioni umane e sessuali, renderle quantomeno accettabili; per Dodd è quello della mente e dei suoi seguaci al quale impone una cieca obbedienza. Non c'è spazio per le speculazioni e per i dubbi.

Sullo sfondo si agitano le ombre di Dianetics, di "Scientology" e del suo fondatore, Ron Hubbard, ma sono solo un mezzo che serve al regista per raccontare ben altro. Chi si aspettava un film di accusa nei confronti della discussa associazione religiosa è rimasto al palo. "The master" è un film giocato a due: tra Joaquim Phoenix - Quell - e Philip Seymour Hoffman - Dodd - e sul loro rapporto/scontro che tra le pieghe fa emergere anche una tensione velatamente omoerotica nella coppia. In questo modo la setta diventa l'approdo sicuro da ogni dolore, dove la manipolazione è l'unica medicina. Ma i confini sono labili: la vittima della manipolazione può diventare "prescelto" e "figliol prodigo". Il maestro si trasforma in una figura paterna. Padri e figli. Ancora una volta Paul Thomas Anderson chiude il cerchio. In maniera magnifica.

 

 

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