Il "sogno" di Hugo Chavez visto
attraverso gli occhi di Oliver Stone

di Francesco Bellu
 (foto: Facebook)
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SASSARI. È stato uno dei leader più provocatori, discussi, inafferrabili degli ultimi anni. Demonizzato e amato in egual misura. Al di là del lascito politico, di Hugo Chavez rimarrà sempre il mistero umano e il sogno incompiuto di portare in Venezuela la rivoluzione socialista di Simòn Bolivar. A pochissime ore dalla morte, avvenuta ieri notte a Caracas per le complicazioni di un tumore, Jon Lee Anderson ne ha tracciato un ritratto sul Newyorker, cercando di coglierne le luci e i chiaroscuri. Impossibile, leggendo quelle righe, non ripensare ad un film di quattro anni fa di Oliver Stone, "South of the border", uscito in Italia solo in Dvd ma presentato fuori concorso al festival del cinema di Venezia nel 2009, alla presenza del regista di "Platoon" e dello stesso leader venezuelano.

Il documentario era nato con l'intento di far capire meglio la figura del presidente sudamericano «erroneamente ridicolizzato come un clown e un buffone», raccontava Stone, e chiudeva, momentaneamente, tutta una serie di opere dedicate a personaggi "scomodi", soprattutto agli Stati Uniti, iniziata con Fidel Castro - "Comandante" e "Looking for Fidel" e poi Yasser Arafat - "Persona non grata" -. In realtà in "South of the borders" i fili conduttori scelti sono però le politiche economiche del libero mercato e del Fondo monetario internazionale e il loro fallimento e di come la stampa americana tenda sempre a vedere con gli occhi di traverso il Sud America. Il film suggerisce, inoltre, che calamità finanziarie come il crollo del pesos argentino del 2001, in combinazione con il risentimento per la svendita delle risorse naturali attraverso le multinazionali, abbiano contribuito alla crescita di leader socialisti e socialdemocratici in tutta la regione.

Per dare forza a questa tesi Stone, oltre a chiacchierare a lungo con Chavez, fa un lungo viaggio attraverso l'America Latina incontrando tutti gli altri capi di Stato: Evo Morales della Bolivia, Cristina Kirchner e l'ex presidente Néstor Kirchner dell'Argentina, Rafael Correa dell'Ecuador, Raúl Castro di Cuba, Fernando Lugo del Paraguay e Lula da Silva del Brasile. Sul piano pratico però ci si trova davanti ad un'opera controversa che se da un lato ha comunque un suo interesse dal punto di vista cinematografico in sé, dall'altro rischia di essere di insoddisfacente sul piano dei contenuti. L'accusa principale che viene mossa a Oliver Stone è quella di un buon regista che si comporta da "cattivo" giornalista. In effetti rivedendo quelle immagini, non ha mai dubbi, non li pone all'interlocutore, ed è talmente innamorato e affascinato della persona che ha di fronte da rischiare in più punti di essere acritico. "South of the border" diventa così a senso unico e non chiarisce mai, nonostante le premesse, né la figura di Chavez, né la sua rivoluzione in Venezuela.

Tanto meno gli aspetti più delicati: i rapporti con la stampa e gli attacchi contro i giornalisti denunciati da Amnesty International, la difficilissima convivenza con l'opposizione, l'accentramento del potere, il circondarsi di burocrati tutt'altro che efficienti. Elementi che, come sostiene Lee Anderson, nel suo articolo, hanno azzoppato e reso inconcludente la sua azione. Ma nonostante ciò era amatissimo soprattutto dagli strati più poveri del suo Paese, grazie a politiche di contrasto alla povertà veramente innovative e sintetizzabili nella sua formula "Tetto, cibo, istruzione". Con la sua morte, spiega Anderson «non ci sarà più nessuno che si curerà di loro. E probabilmente hanno ragione». Rimane ora l'incognita del dopo. Chi prenderà il suo posto - ha vinto le ultime elezioni pochi mesi fa con oltre il 50 per cento dei voti -? Il vice-presidente Maduro riuscirà a prendere le redini di una nazione improvvisamente in bilico?

 

 

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