"Poderi al popolo", 3 giorni per capire
come riappropriarsi della Sardegna

di Grazia Sini

SASSARI. «Se quaranta anni fa avessimo fatto le scelte economiche giuste, oggi saremmo davvero la perla del Mediterraneo. Invece ci siamo fatti imporre un'industria che ci ha lasciato solo inquinamento e devastazione del territorio». Così Rita Marras, titolare della libreria Odradek, descrive la Sardegna di oggi, ma, insieme a Andalas de Amistade, getta le basi perché non sia anche la Sardegna del domani. Il loro coraggioso progetto, "Poderi al popolo", vorrebbe convincere i sardi, i giovani specialmente, a tornare nei campi, a riappropriarsi del loro territorio. «Ma non sarà l'agricoltura che conoscevano i nostri nonni, sarà una coltura fatta da ragazzi che hanno studiato, si sono formati, per lanciare un'agricoltura moderna». 

Durante la conferenza di stamattina nella sede di Coopera, Giuseppina Deiosso, Iside Stevanin, entrambe di Andalas de Amistade, e Rita Marras della libreria Odradek  hanno presentato il progetto "Poderi al popolo!" e le tre giornate, dal 14 al 16 marzo, di Forum aperti a tutti «dai quali usciranno almeno due proposte concrete» spiega ancora Rita Marras. Ma tornare alla terra non basta, bisogna che a farlo siano più persone che cooperano tra loro perché «non è vero che uno più uno fa due. Uno più uno fa 20, 100, 1000» sottolinea Iside Stevanin. Secondo lei, infatti, ci deve essere un ritorno alle origini profondo, ai tempi in cui un agricoltore lavorava sempre con altre persone: «Lo stare insieme è parte della nostra cultura – aggiunge Iside -. Perdere la cultura vuol dire perdere tutto. Chi ha cultura ha capacità critica che è il peggior nemico della criminalità. Per questo insieme alla Odradek abbiamo deciso di unire il lavoro alla cultura perché solo un lavoratore acculturato non può essere sfruttato». Secondo la  presidente del Consorzio Andalas De Amistade l'unico elemento necessario perché l'unione faccia davvero la forza è avere un obiettivo comune.

Tra le idee presentate in anteprima stamattina c'è quella di recuperare le terre della Nurra e coltivarle a kamut o grano capelli. La scelta non è stata fatta a caso: «Dietro questa tre giorni c'è un lavoro iniziato da tempo in collaborazione con il dipartimento di Agraria». E così ecco che al posto della coltura a cardi proposta da Matrìca per le biomasse, i sardi potrebbero coltivare il grano più antico del mondo, il kamut: «Le scelte agricole in Sardegna non sono state fatte dai sardi – continua Marras -. Il mercato globale è quello che sta provocando la crisi. Ora sta a noi, dal basso, ricostruire il nostro Paese. Sfruttiamo la crisi per ricominciare».

La tre giorni che parte il 14 marzo è organizzata in due momenti: nei primi due giorni "si butteranno i semi". Si parlerà di accesso alla terra, reperibilità di fondi per iniziare le attività e altri aspetti tecnici. Ma sarà sabato il clou del forum, quando dovranno essere presentate proposte concrete. L'idea potrebbe essere quella di utilizzare terreni demaniali ma anche proprietà private abbandonate.

"Poderi al popolo" sarà un evento composito dove lo scambio del sapere, si unirà a quello del saper fare. Per questo motivo, durante i tre giorni associazioni e artisti organizzeranno una serie di eventi collaterali. Ci saranno il Gas (Gruppo di Acquisto Solidale) e l’Asa (Associazione Studenti di Agraria), che, in uno spazio informativo dedicato illustreranno la loro attività; ci sarà la possibilità di partecipare alla creazione di un orto verticale collettivo e a un workshop di agricoltura sinergica, di fare una  passeggiata esplorativa nella piana del Rosello per la creazione di un erbario, come di  preparare il proprio shampoo o sapone artigianalmente, ma anche assistere a un’estemporanea di disegno, ai laboratori creativi e racconti per bambini, e alla proiezione del documentario a tema. Ma non solo scambio del sapere e del saper fare, durante questi tre giorni sarà presente un’area dedicata al baratto in cui sarà possibile scambiare liberamente semi e anche prodotti.

«Per le scelte che negli ultimi quarant'anni ci hanno imposto abbiamo pagato un prezzo altissimo – dice ancora Marras -. Ora è tempo di tornare alla nostra Sardegna, a una coltura per l'autoproduzione». Le organizzatrici hanno chiaro che non sarà un cammino facile ma «bisogna rischiare per lasciare domani qualcosa di buono».

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