Abolizione delle Province
La Sicilia ci prova, e la Sardegna?

di Daniele Murino | Twitter: @DanieleMurino
 (foto: SassariNotizie.com)
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SASSARI. In questi giorni la Regione Sicilia sta valutando la possibilità di abolire le proprie Province. Una scelta che per certi versi appare simile a quella espressa dall’elettorato sardo attraverso il referendum della scorsa primavera. Eppure, tra i due iter legislativi esistono alcune differenze di fondo: dettagli giuridici che potrebbero portare a un risultato opposto e paradossale. In Sicilia, nel giro di pochi mesi, il Consiglio regionale potrebbe realmente riuscire ad abolire le istituzioni provinciali lasciando più spazio a Regione e Comuni. In Sardegna, invece, alcuni difetti giuridici potrebbero invalidare il risultato referendario. Per capire meglio questa situazione, la redazione di SassariNotizie.com ha posto quattro domande chiave a Omar Chessa, professore di diritto Costituzionale presso il Dipartimento di giurisprudenza dell’Università di Sassari. Ecco cosa ci ha risposto l’esperto.

La Regione Sicilia sta affrontando il tema dell'abolizione delle Province. L'iter legislativo è iniziato da meno di due mesi e già nelle prossime settimane si potrebbe arrivare a una conclusione. Perché la Sardegna, a più di un anno di distanza dal referendum, non è stata in grado di adottare le richieste espresse dall’elettorato sardo e ridisegnare l'assetto istituzionale?

«La domanda mi chiede una valutazione più politica che di diritto costituzionale. Ma provo comunque ad azzardare delle ipotesi. Anzitutto va detto che nel caso siciliano è la rappresentanza politica regionale ad avere assunto l’iniziativa d’intervenire sull’assetto delle Province, mentre nel caso sardo la politica “ufficiale” ha subito l’iniziativa referendaria: ed è chiaro che è preferibile realizzare una riforma propria che non dare esecuzione a una riforma altrui. Inoltre la riforma siciliana interessa tutte le Province localizzate nel territorio siculo, sicché non ci sarà una distinzione tra Province abolite e Province sopravissute, come invece succede in Sardegna, con tutte le conflittualità che ciò comporta (difatti, per fare un esempio, alcuni potrebbero obiettare che non è giusto abolire la Provincia gallurese anziché quella nuorese): è evidente che se alcune Province sopravvivono, quelle abolite e i relativi territori alimenteranno la protesta, opponendosi a qualsiasi esecuzione della riforma e lamentando di essere discriminate. Infine ci sono i profili di dubbia validità delle consultazioni referendarie tenutesi l’anno scorso: chi s’oppone alla realizzazione della riforma sfrutta efficacemente, e opportunamente, quest’argomento per frenare la Giunta e il Consiglio regionale».

La Regione Sicilia garantisce che tutti i dipendenti delle Province saranno assorbiti dai Consorzi dei Comuni e dalla Regione, quale sarà il loro destino in Sardegna in caso di abolizione?

«Per rispondere alla domanda bisognerebbe disporre di una sfera di cristallo, perché a tutt’oggi la Giunta e il Consiglio non hanno manifestato nessun orientamento. Certo è, però, che se nulla si prevede in proposito, i dipendenti provinciali dovranno considerarsi assorbiti dall’ente Regione, insieme alle funzioni delle Province soppresse. Difatti, non si deve dimenticare che in Sardegna, in quanto Regione a statuto speciale, vige il principio del parallelismo tra funzioni amministrative e legislative, sicché la Regione è in linea di principio titolare di tutte le funzioni amministrative che vertono su materie su cui ha competenza legislativa: di conseguenza, se la legge regionale non dispone diversamente, le funzioni provinciali saranno assorbite a livello regionale. Con buona pace di quanti auspicano un rafforzamento del livello di governo comunale e con buona pace dei buoni propositi di ridimensionare la dimensione elefantiaca della macchina amministrativa regionale».

Qual'è la validità del referendum abrogativo che ha interessato le Province sarde di nuova istituzione? A breve quali istituti giurisdizionali dovranno esprimersi su questa validità?

«A mio avviso, come peraltro ho già sostenuto in numerose sedi, questa validità difetta totalmente; e per più ragioni, che sarebbe troppo lungo elencare tutte. Mi limito, perciò, a quelle più importanti. Per una svista, la legge costituzionale n. 2 del 2001 ha abrogato l’art. 32 dello Statuto speciale: questo articolo era la base giuridica che autorizzava il legislatore regionale ordinario a disciplinare il referendum abrogativo. Inoltre, la suddetta legge costituzionale ha modificato l’art. 15 dello Statuto, attribuendo alla legge regionale “rinforzata”, cioè alla c.d. “legge statutaria”, la competenza a disciplinare il referendum regionale «abrogativo, propositivo e consultivo». Sicché, la competenza a istituire e disciplinare il referendum abrogativo è stata decostituzionalizzata e riservata alla legge statutaria. Ma a tutt’oggi la legge staturia non è stata adottata. Quindi in Sardegna non c’è più l’istituto del referendum abrogativo. 2. L’art. 43 dello Statuto sardo prevede il referendum locale sulle proposte di modifica delle circoscrizioni e funzioni provinciali. Occorre, cioè, che la riforma sia adottata «in conformità alla volontà delle popolazioni di ciascuna delle Province interessate espressa con referendum». Ebbene, il referendum locale che coinvolge solo le popolazioni interessate è ben altra cosa di un referendum abrogativo generale, che per definizione chiama a consultazione tutto il corpo elettorale regionale: difatti, per quale ragione gli abitanti della Provincia di Cagliari, tanto per fare un esempio, debbono pronunciarsi sull’abolizione della Provincia di Olbia-Tempio? Quanto alle autorità giurisdizionali che dovranno pronunciarsi in merito, siamo in attesa e della pronuncia nel merito del Tribunale di Cagliari e del Consiglio di Stato. L’obiettivo dei ricorrenti è, evidentemente, quello di indurre i giudici a sollevare una questione di legittimità costituzionale di fronte alla Corte costituzionale».

Se il responso sarà negativo, con il relativo annullamento del risultato referendario non pensa che la sovranità popolare rischi di essere compromessa?

«Il problema non è se ci piace oppure no lo strumento referendario, ma è quello di capire a quali condizioni può essere legittimamente adoperato. Peraltro non sarebbe corretto contrapporre sovranità popolare e apparati governanti: si tratta, invece, di incanalare la partecipazione democratica lungo coordinate costituzionalmente corrette. Non bisogna dimenticare che la sovranità popolare si esercita nelle forme e nei limiti della costituzione: e fuori delle regole costituzionali, ivi comprese quelle statutarie aventi rango costituzionale, non c’è sovranità popolare né democrazia correttamente intesa: ma c’è invero plebiscitarismo e demagogia».

 

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