L'INTERVISTA

Giovanni Columbu ci racconta
"Su Re", la sua "Passione" sarda

di Francesco Bellu
 (foto: Sacher distribuzione)
(foto: Sacher distribuzione)

SASSARI. «Se penso a quello che ho fatto mi vengono le vertigini». Giovanni Columbu ripensa a questi ultimi dieci anni passati per portare al cinema la sua Passione di Cristo. Grazie alla sua caparbietà, ha vinto la sua battaglia perché da oggi il suo film, "Su Re" è arrivato finalmente nelle sale. Sentire dalla sua voce come è riuscito a portare avanti quella che chiama "un'avventura" è come sprofondare in quella vertigine. Giù a capofitto tra le rocce del monte Corrasi dove ha girato le scene più forti, quelle della crocifissione, tra paesaggi di una Sardegna invernale trasfigurata nella Palestina di duemila anni fa.

"Su Re" ha preso vita prima che venisse battuto il primo ciak, quando, dopo le tante porte chiuse, le bocciature del Ministero (che lo considerava "troppo localistico per l'uso del dialetto sardo" ndr) Giovanni Columbu ha deciso di far partire una sottoscrizione facendo il giro di molte chiese dell'Isola. «Raccontavo il film - ha spiegato il regista, intervistato da SassariNotizie - e da quel momento ha iniziato ad esistere. Ed è stato come se narrassi una storia mai sentita. In qualche modo anche io venivo riconosciuto come un regista per la prima volta. Ogni incontro era carico di tensione emozionale. Una sensazione che poi si è trasferita sulle immagini una volta che sono riuscito a fare concretamente "Su Re"».Così sono iniziati ad arrivare i primi aiuti dai Comuni, poi le Province, infine anche la Regione. Non è stato facile: «Dopo tanti "no" mi sono sentito abbattuto, sconfortato, ma - sottolinea - non ho mai voluto rinunciare». A dargli poi una mano nella fase di post produzione è stato Nanni Moretti che con la Sacher Film distribuisce "Su Re" nei cinema sardi e dal 28 marzo in quelli nazionali.

Il set è stata una esperienza fortissima: «C'erano 300 persone, c'erano anche malati dell'Aias e del Centro di salute mentale di Cagliari. Sono tutte persone che ho incontrato casualmente e che mi hanno colpito e coinvolto per la loro capacità espressiva. Sono stati coraggiosi, tantissimo. Perché è stato faticoso. Partivano da Cagliari alle 4 del mattino, arrivavano ad Oliena e poi su sino al Corrasi. Fa venire le vertigini pensare a quel che ho fatto». Perché "Su Re" è anche un viaggio di scoperta e di un nuovo inizio: «Ho imparato tanto, nuove formule narrative, di recitazione, di ripresa. Dopo questo film - spiega Columbu - ho l'impressione di dover fare ancora la mia opera prima».  E poi c'è un Gesù mai visto così sullo schermo. Lontano dalla iconografia tradizionale ma, allo stesso tempo, con una grande intensità. «Era l'interprete (Fiorenzo Mattu ndr.) che catalizzava di più l'attenzione. C'è stato un momento di riflessione: Gesù doveva essere "bello" esteriormente, oppure questa bellezza doveva essere dello spirito, dell'intelletto. Così è stata fatta questa scelta. Era un rischio, ma poi mi sono reso conto che era la strada giusta, perché la stessa architettura del film aveva acquistato solidità. La sua immagine rimanda ad una dimensione interiore visibile solo ai "puri di cuore" a cui, come è detto nel discorso delle Beatitudini, è riservato il privilegio di vedere Dio». Tra le righe c'è anche il richiamo al profeta Isaia, (ri)scoperto in seguito a questa decisione, in cui si descrive Cristo come un uomo che non ha bellezza per attirare gli sguardi, "non splendore per potercene compiacere". Dall'altro lato c'è anche Giuda descritto anche in questo caso in maniera lontana dal canone tradizionale, cioè come un uomo fragilissimo e dolce.

Di fronte al perché della necessità di fare un altro film su Gesù, Giovanni Columbu spiega come all'inizio, quando il film è stato presentato al Festival di Torino e poi a Rotterdam, sia rimasto impreparato a questa domanda. «In fondo non ho fatto ragionamenti veri e propri. Questo film aveva delle ragioni per essere fatto. E ora, con l'elezione di papa Francesco che si propone di rinnovare la Chiesa, di riavvicinarla agli umili, unita con la complessa situazione italiana che cerca una via di rinnovamento, il film acquista una consapevolezza e una sua inattesa attualità». Così questa «avventura sofferta e meravigliosa» per usare le parole del regista, approda nelle sale con apporti del tutto nuovi e non scontati: la sceneggiatura al momento delle riprese si era ridotta quasi ad una serie di appunti, così era la lettura dei quattro Vangeli a dettare l'ordine delle cose. In questo modo anche il suo lavoro di regista è stato diverso: «La regia orienta e chiede, dice, vuole qualcosa, - ha spiegato - ma soprattutto ascolta e si adatta».

Ora tocca agli spettatori confrontarsi con "Su Re". Columbu chiede che partecipino in maniera attiva. «Non ho messo nessuna musica come richiamo al pubblico. Devono trovare dentro di sé le proprie emozioni». L'accoglienza calorosa ai festival di Torino e Rotterdam dimostra come queste emozioni non solo siano state trovate, ma anche vissute in maniera intensa. Forse per via non solo dell'uso del sardo nei dialoghi, ma anche per come è strutturato il film stesso. Rispetto alla narrazione tradizionale il regista di "Arcipelaghi" ha, infatti, scelto di raccontare le ultime ore terrene di Gesù utilizzando tutti e quattro i Vangeli di Marco, Matteo, Luca e Giovanni come punti di vista differenti di un'unico racconto. Columbu, nelle note di regia, ha richiamato "Rashomon" di Kurosawa. Ma in questo caso il ripetere e il riprodurre un fatto con tutta la sua drammaticità, non è altro che un ricordare collettivo e rituale su cui grava il dolore di una tragedia che porta i segni e le sofferenze di tutte le vicissitudini umane. Rese con il corpo e con l'anima da visi dagli sgurdi profondi che sembrano arrivare da un tempo antico.

 

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