CINEMA

Addio a Roger Ebert, rivoluzionò
il giornalismo cinematografico

Aveva vinto il premio Pulitzer
di Francesco Bellu

SASSARI. Roger Ebert era uno dei pochi critici cinematografici che aveva il coraggio di dire e scrivere le cose senza nessuna remora di deferenza, facendo i propri sbagli certo, ma con una onestà intellettuale, una ironia e una schiettezza rara, soprattutto in un Paese come il nostro, dove scriver di cinema è considerato da molti un passatempo, un qualcosa di secondo piano rispetto al giornalismo di cronaca. Malato da tempo di un tumore alla tiroide, è morto ieri all'età di 70 anni. Dal 1967 scriveva per il Chicago Sun Times anche se negli ultimi anni aveva perso la capacità di parlare e utilizzava un apparecchio vocale per aiutarsi. Aveva continuato però a lavorare  nonostante l'aggravarsi della sua malattia. Memorabile rimase la frase lapidaria con cui stroncò "Deuce bigalow", in italiano "Puttano in saldo", in cui ha una piccola parte anche Elisabetta Canalis: «Parlando in qualità di vincitore di un premio Pulitzer, Mr. Schneider, posso dire che il suo film fa schifo» (in realtà il termine è decisamente più forte, ndr).

Ebert fu, infatti, il primo critico cinematografico ad aggiudicarsi il prestigioso premio giornalistico e ad avere una stella nella mitica "Walk of fame" di Hollywood. Inoltre era stato molto amico del regista Russ Meyer con il quale aveva anche scritto dei film. Ma la cosa che lo ha contraddistinto rispetto a tanti altri suoi colleghi è quella di aver avuto un rapporto prioritario con il suo pubblico; un legame che negli anni si è intensificato grazie alle nuove tecnologie. Le sue recensioni comparivano regolarmente sul proprio sito personale (che nella giornata di oggi si è riempito di ricordi e omaggi), postava "tweet" e rispondeva e discuteva online sui propri giudizi con gli utenti, spiegandoli, ammettendo anche gli errori. Il suo più grande merito è quello di aver reso popolare il cinema tra la gente comune e di aver reso la critica cinematografica comprensibile a tutti senza annacquare  però l'analisi rigorosa. Per molti anni aveva anche condotto con il critico "rivale" Gene Siskel uno show televisivo a due chiamato "Sneak Previews" che venne poi ripreso successivamente in altri programmi simili quali "At The Movies" e "Siskel & Ebert & The Movies".

Il suo stile conciso diretto, spesso brutale nella sua sincerità, era il suo marchio principale, ben esemplificato dal metodo delle stellette e della cosiddetta critica relativa e non assoluta. Una vera e propria rivoluzione ben spiegata dallo stesso Ebert all'interno della recensione di "Shaolin soccer": «Il sistema delle stellette è da considerarsi relativo, non assoluto. Quando chiedete ad un amico se "Hellboy" è un bel film, non gli chiedete se è un bel film rispetto a "Mystic River", gli chiedete se è un bel film rispetto a "The Punisher". E la mia risposta sarebbe che, se in una scala da 1 a 4 "Superman" è 4, allora "Hellboy" è 3 e "The Punisher" è 2. Allo stesso modo, se "American Beauty" è un film da 4 stelle, allora "Il delitto Fitzgerald" ne merita due». Per quanto riguarda poi il punteggio in stelle, in particolare, variava da un massimo di quattro ad un minimo di mezza stella. Un voto di "zero stelle" era destinato a quei film giudicati pessimi sotto il punto di vista etico e/o artistico. Il punteggio poteva anche essere espresso in Thumbs Up o Thumbs Down ("pollici in su" e "pollici in giù") secondo questa equivalenza: da 3½ a 4 stelle: 2 Thumbs Up; 3 stelle: 1 Thumb Up; 2½ stelle: 1 Thumb Down e 2 stelle o meno: 2 Thumbs Down.

In queste ore sono arrivati i commenti di tanti suoi colleghi: Neil Steinberg del Chicago Sun Times ha detto che Ebert “fu senza alcun dubbio il critico cinematografico più illustre e influente della nazione”, Tom Van Riper di Forbes lo descrive come “il più potente critico d’America” e Kenneth Turan del Los Angeles Times come “il più noto critico d’America”. Parole sulle quali non si può che concordare, basti pensare che la sua lista dei "best movie" dell'anno era attesissima da tutti e il suo giudizio era molto influente tra gli addetti ai lavori (quest'anno, ad esempio, il vincitore era stato "Argo").

All'inizio di ogni anno, poi, pubblicava il "Roger Ebert's Movie Yearbook", una raccolta dei giudizi sui film dell'anno appena terminato. Aveva anche raccolto in due volumi le recensioni dei film migliori ne "Roger Ebert's Four Stars Reviews 1967-2007" e analogamente quelle più negative sono state pubblicate in altri due libri, i cui titoli facevano riferimento a due frasi provenienti da altrettanti recensioni caratterizzate dal voto "zero stelle". Il primo, uscito nel 2000, è intitolato "I Hated, Hated, Hated This Movie" (Io ho odiato, odiato, odiato questo film, riferito a "Genitori cercasi" del 1994 con Bruce Willis), mentre il secondo, pubblicato nel 2007,invece come "Your movie sucks", cioè "Il tuo film fa schifo" frase conclusiva con cui aveva bollato il film "Puttano in saldo". Ma forse, le parole che, più di tutte le altre, hanno sintetizzato al meglio il suo pensiero e il suo amore per il grande schermo sono queste: «I film belli sono sempre troppo corti, e quelli brutti sempre troppo lunghi». Aveva perfettamente ragione.

 

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