LA RECENSIONE

"Su Re" , frammenti di un martirio
che inchiodano ed emozionano

Al Verdi e da lunedì al Moderno
di Francesco Bellu
 (foto: http://desistfilmblog.wordpress.com)
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SASSARI. Giovanni Columbu ha coraggio. Ne ha da vendere. E dovrebbero essere in tanti, tra i registi italiani in circolazione, a dover vedere il suo ultimo film, "Su Re", per capire cosa significa veramente questa parola. Perché in panorama unidimensionale e paratelevisivo quali sono le produzioni di casa nostra, questo film rivendica il suo essere cinema. E lo fa in maniera originale, lontano anni luce da immagini già viste. Ambientato in una Sardegna dai colori invernali, racconta la storia più conosciuta da tutti: la Passione di Cristo; ma ciò che la contradistingue da quanto sino ad ora era stato portato sul grande schermo è il modo in cui viene narrata. Columbu sceglie un andamento spezzato in mille rivoli, con le sequenze che cozzano tra loro in un andamento nervorso e vorticoso. Una vertigine nella quale le varie "tappe" delle ultime ore di Gesù vengono scardinate dall'asse temporale e riviste attraverso angolazioni differenti. L'occhio segue le diverse letture che ne fanno i quattro Vangeli canonici, punti di vista di un unico dramma infinito. La scelta di Fiorenzo Mattu, lontanissima dai canoni passati in precedenza sul grande schermo, è funzionale proprio in questo senso. Anzi diventa un punto di forza. 

In questo modo la storia più raccontata diventa un qualcosa di inedito, di sconosciuto. Allo spettatore non resta che rimanere stordito, senza possibilità di ancorarsi a qualcosa di stabile. Perché di fronte ad una morte indicibile, violenta, disumana come la croce, non si può far altro che rimanere attoniti. Ed è da qui che Columbu parte e riavvolge il nastro della narrazione. Tutto converge e riparte dal martirio: dalla deposizione nel sepolcro con la quale si apre il film, all'ultima cena con gli apostoli accoccolati intorno ad un falò, dal processo di fronte ai sacerdoti, alla flagellazione, sino alla salita sul monte. Brandelli di esistenza terrena inchiodati su un legno innalzato nel cielo. Le torture però rimangono sempre fuori campo: un pudore che le rendono ancora più lancinati. Perché si sente il rumore del chiodo infilato nella mano, le urla, i colpi di frusta. Lo sguardo scruta solo uomini che si agitano, piedi che schiacciano mani e gambe in una morsa letale. Diversamente da Gibson che leggeva la Passione come una epifania del dolore di un Cristo attaccato alla terra, Columbu si interroga sul mistero di quest'uomo-dio. E lo fa con una onestà intellettuale impressionante. Sotto questo aspetto, "Su Re" ha a che fare più con "La passione di Giovanna D'Arco" di Dreyer che con Pasolini del "Vangelo secondo Matteo". Non è "lo scandalo della parola", la sua portata rivoluzionaria ed "eversiva" ad essere il cuore de "Su Re", anzi, le frasi sono poche, essenziali, tutte in sardo, perché contano di più i silenzi e gli sguardi. E sono facce bellissime di uomini, donne e bambini, ai quali Columbu dà il ruolo di spettatori sbigottiti di fronte ad una persona innocente mandata al macello.

Ed è nell'immagine di quest'uomo che si specchiano tutte le sofferenze di un mondo imperfetto. Fatto di fragili esistenze che tendono a cercare risposte. C'è chi le trova nella fede, chi altrove, magari nella contemporaneità della vita vissuta giorno per giorno, chi al contrario le ricerca ancora. Perché "Su Re" ha la capacità straordinaria di toccare le corde di chiunque: non solo di chi è credente, ma anche di chi non lo è.  



 

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