Quattro anni fa il sisma in Abruzzo
Ma la normalità è un miraggio

di Francesco Bellu
 (foto: Facebook)
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SASSARI. Erano le 3,32 di quattro anni fa. Da allora, da quando il terremoto ha squassato l'Abruzzo il tempo si è fermato, nonostante le tante promesse. "Domani è già qui" cantavano Jovanotti, Ligabue, Laura Pausini e tanti altri, dedicandogli una canzone i cui proventi sono stati devoluti per la ricostruzione. Ma quel domani non è ancora qui. Siamo ancora a ieri, con il centro de L'Aquila per buona parte inagibile e le inquietanti new town, città dormitorio che gli fanno da corona. Abitazioni una sulle altre, senza una piazza, un bar, un luogo in cui riprendere piano a piano a vivere. La normalità sembra bandita dall'Abruzzo, lo Stato sembra latitante, nonostante le passerelle di tanti politici in doppio petto e sorrisi di plastica. Non sono di plastica invece le 309 vittime del sisma (tra cui otto ragazzi morti per il crollo della casa dello studente), i 16mila feriti, così come purtroppo non lo sono le risate di chi quella notte pregustava il piatto ricco della ricostruzione.

Per ripartire ci vorranno forse dieci anni, anzi no cinque. Il balletto delle cifre sale e scende. Perché se da un lato è vero che tanti cantieri sono partiti e le case meno danneggiate sono state riparate, soprattutto in periferia e nei paesi più piccoli, il cuore del capoluogo regionale rimane ancora in macerie e non si è ancora capito quando si inizierà a far sul serio. Nel frattempo dopo la fase di emergenza, il commissariamento e le infinite beghe burocratiche la popolazione vive in un clima misto tra rabbia e delusione. Ieri notte i 309 rintocchi delle campane all'ora in cui la terra tremò hanno riportato gli abruzzesi a quei giorni di dolore e paura. In 12mila hanno partecipato alla fiaccolata in memoria di quei tragici eventi. Si riannodano i fili della memoria per cercare di andare avanti. Ed è a quel ricordo che si è aggrappato qualche giorno fa il sindaco Cialente: «Se l’Italia ci ha dimenticati, - aveva detto - ammaineremo la bandiera dal municipio, cacceremo perfino il Prefetto se ci toccherà farlo, rammenteremo a tutti la nostra dignità».

Il lavoro da fare, infatti, è immane: se 48mila aquilani sono rientrati nelle proprie abitazioni, altri 22.120 aspettano ancora di rientrare a casa loro, poi ci sono i 6.595 che invece hanno trovato una sistemazione per conto loro, e 143 sono ancora in hotel. Per Piero Grasso, neo presidente del Senato arrivato ieri sera nel capoluogo: «La ricostruzione dell'Aquila è una questione nazionale». Il Governo ha stanziato 2,3 i miliardi, ripartiti dal 2013 al 2015 all'interno della delibera del Cipe datata 21 dicembre 2012, ma pare siano insufficienti perché nella somma stanziata dovrebbero essere inclusi anche gli interventi per l'edilizia pubblica e privata della città, periferia inclusa, più quella dei centri che gravitano intorno a L'Aquila, più gli interventi per rivitalizzare le attività produttive andate in stand-by dopo il terremoto, senza dimenticare poi l'assistenza generica alla popolazione. Una soluzione potrebbe essere quella di ripristinare la Cassa depositi e prestiti e far partire una programmazione come si deve. In questo senso il Comune ha stilato una tabella di marcia sull'edilizia privata, l'importante è che l'esecutivo apra i cordoni della borsa e invii i fondi. Si punta al 2018. L'Aquila è candidata come capitale europea per il 2019 e vuole essere pronta per quella occasione che rappresenta sia l'anniversario per i dieci anni dal sisma, sia un modo per avverare finalmente quel "domani è già qui".

 

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