L'INTERVISTA

Il viaggio spirituale di Moni Ovadia
ne "Il registro dei peccati"

di Francesco Bellu
Moni Ovadia (foto: Pino Settanni)
Moni Ovadia (foto: Pino Settanni)

SASSARI. Un viaggio apparentemente lontano dal nostro mondo in realtà molto più vicino di quanto possiamo immaginare. Così Moni Ovadia racconta il suo "Registro dei peccati. Rapsodia lieve per racconti, melopee, narrazioni e storielle", recital-reading sul mondo chassidico in scena stasera alle 21 al Teatro Verdi. Figura poliedrica di attore, musicista e scrittore, (nato in Bulgaria ma arrivato prestissimo a Milano) è una della maggiori personalità della scena artistica e culturale italiana. Fondamentale per la sua formazione umana e intellettuale è la sua appartenenza ad una famiglia ebrea sefardita con profondi legami con  l'ambiente mitteleuropeo e yiddish. I suoi lavori sono, infatti, dedicati costantemente al recupero e alla rielaborazione del patrimonio artistico, letterario, religioso e musicale degli ebrei dell'Europa dell'Est. E proprio da questa tradizione ha tratto l'ispirazione per i suoi lavori letterari, ma non solo. SassariNotizie ha chiacchierato con Ovadia prima dello spettacolo.

Cos'è il "Registro dei peccati"?

«È un viaggio in una spiritualità apparentemente lontana noi. In realtà ha avuto una influenza fortissima sulla nostra cultura. Basti pensare a Kafka, Marx, Einstein, l'espressionismo tedesco, Chagal sino alla letteratura americana contemporanea. Era un mondo che aveva una tensione unica che si fondava sul pilastro dell'uomo fragile, non su quello della forza, della potenza. Glorifica la fragilità umana, la grazia malinconica dell'esilio. E noi stiamo perdendo molto di questa intensità. Ma se vogliamo costruire un mondo basato su ciò che è giusto, dobbiamo ritornare alla questione della libertà della giustizia».

In che modo tutto ciò verrà messo in scena?

«Attraverso il racconto, il canto e l'umorismo. Sarà una sorta di cammino profondo ma leggero intorno al mondo. Noi ci siamo corrotti e lo spettacolo servirà a stimolare riflessioni. Bisogna colmare il vuoto in cui siamo caduti, riconquistare il terreno dell'Utopia. Utopia intesa come un andare oltre il proprio sguardo, sapere, insomma, che c'è un oltre. Nel tempo dell'Utopia l'uomo diventa re e tutte le violenze e le ingiustizie si possono superare».

E l'umorismo che ruolo ha all'interno di tutto ciò?

«È come un bagliore di luce che ci illumina. Ed è da qui scaturisce la risata, perché ci sentiamo liberati. L'umorismo ebraico è paradossale in questo senso e serve a sconfiggere le brutalità e le arroganze del mondo che ci circonda.C'è la necessità di ritornare a andare nel tempo dell'interiorità in cui l'uomo afferma la sua dignità. Dignità in quanto essere umano sin dalla nascita, dignità in quanto cittadino».

 

 

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