la lettera e la polemica

Sardi svogliati e pigri? Botta e risposta
tra una milanese e un algherese

Una lettera firmata, nome e cognome sotto il fiume di parole. Claudio esprime chiaro cosa pensa della lettera di una donna milanese in vacanza nell'isola che in un giornale nazionale manifesta il suo "incazzo" nei confronti dell'indolenza sarda, espresso altrettanto chiaramente. La signora racconta la sua difficoltà a trovare una donna che presti servizio in casa sua per qualche ora al giorno. Dice che le uniche persone che avessero voglia di lavorare erano un albanese e sua moglie. Claudio Simbula ha deciso di rispondere alla donna sullo stesso quotidiano che ha pubblicato la lettera. Poi l'ha inviata a noi perché «è bene che la cosa venga resa pubblica e la si smetta con i soliti pregiudizi verso i sardi e tutti questi tentativi (riusciti, perché poi vengono pubblicati senza problemi) di infangare la reputazione di chi vive nella nostra terra». E voi come la pensate? Fateci sapere rispondendo al nostro sondaggio.

Spett.Redazione de Italia Oggi
Ieri sera, al rientro da una giornata di studio e lavoro, ho preso in mano il vostro quotidiano, Italia Oggi. La mia attenzione è stata attirata da una lettera pubblicata a p.6, dal titolo “È giusto che il futuro dell’Italia sia in mano agli stranieri”. Ho cominciato a leggere e sono incappato in una frase che mi ha scosso: “..l’indolenza dei sardi mi fa proprio (si può dire) incazzare.” Si tratta di uno sfogo di una lettrice milanese in vacanza in Sardegna, Annalia Martinelli, la quale si rammarica di “vedere inutilizzata, per ignavia, gran parte della nostra bella Italia da mangiare e da vedere”. In sostanza, la signora sostiene che in Sardegna il turismo non venga sfruttato a dovere. E sin qua, sono parzialmente d’accordo con lei. Ma poi prosegue dando la colpa di questo alla poca voglia di lavorare dei sardi, alla loro ipotetica pigrizia. Per sostenere la sua tesi, fa l’esempio di una giovane ragazza del posto (nel Sassarese) che era solita lamentarsi per la mancanza di occupazione sull’isola, ma che da poco aveva trovato impiego in una pasticceria con un turno che terminava nel pomeriggio, alle 15.00. A questa ragazza, la signora ha chiesto “se poteva venire un paio d’ore a servizio da noi”. La ragazza ha però declinato l’offerta, suscitando la sorpresa della signora: “Senza nemmeno trattare il prezzo, mi ha risposto che è troppo stanca! Non ce la fa proprio a tenere il ritmo! E che chiamassi pure la moglie dell’albanese, quella si che ci sta” (nella lettera si evidenziava come gli stranieri abbiano più voglia di lavorare degli italiani). La lettera continua con queste frasi: “In questa zona del sassarese, in ogni famiglia, almeno un componente riceve un sostentamento dallo Stato: disoccupazione, invalidità.. Potrei fare i nomi e cognomi di persone che stanno benone ma che vivono mantenuti … da noi!”.
Ora, mi trovo in pieno disaccordo con quanto riportato e pubblicato. Da queste frasi i sardi figurano come persone pigre, svogliate, aggrappate all’assistenza statale. Si crea quest’immagine prendendo esempi a mio dire patetici come quello della ragazza. Volevo dire alla signora Martinelli innanzitutto una cosa: se lei non lo sapesse, il lavoro in pasticceria ha spesso orari allucinanti. A seconda della figura ricoperta si inizia anche alle 05.00 del mattino. Essere stanchi alle 15.00 è quindi più che giustificato. Come è comprensibile che una ragazza voglia pure godere della sua giovane età, e passare dei pomeriggi al mare, al di fuori del suo orario di lavoro regolamentare. Rinunciando poi a cosa? All’ennesima proposta di lavoro rigorosamente in nero, che tanto risuona di sfruttamento. O vuole forse dire che la soluzione per la mancanza d’impiego in Sardegna è quella di andare “qualche ora a servizio” nelle case vacanza dei milanesi? Credo lei sia abbastanza intelligente da capire che, spero involontariamente, il senso delle sue parole può apparire decisamente offensivo. Per aiutarla a comprendere come e perché sia sempre sbagliato generalizzare, le faccio qualche esempio di giovani ragazzi sardi che si impegnano e lavorano duro:
Ho un’amica che, a 21 anni, ha inaugurato un piccolo parco divertimenti per bambini con annesso bar e punto ristoro. Un posto splendido, a due passi dal mare, realizzato facendo leva sulle proprie forze e sull’aiuto di altri giovani collaboratori. Ora costituisce la sua fonte di sostentamento.
Ho un gruppo di 3 amici di 26 anni che, due anni fa, ha preso in gestione un glorioso bar del centro storico della città, ormai in decadenza, trasformandolo e facendolo rinascere. Ora gestiscono insieme anche un secondo punto bar, sul Lido.
Ho un amico fraterno che lavora nell’azienda di famiglia da quando aveva 14 anni. Per lui non sono mai esistite festività natalizie, pasquali o simili, in quei giorni di vacanza per gli altri lui ha sempre lavorato. Ora con suo fratello ha aperto una residenza di campagna dedicata ai turisti, dove fare anche escursioni a cavallo. Ed è appena all’inizio.
Ho due amiche di 25 e 24 anni che, subito dopo la laurea, hanno aperto un piccolo studio dove esercitare le proprie professioni, rispettivamente architetto e geometra. Lavorano insieme e stanno lanciando per bene la loro attività.
Questi sono pochi esempi limitati alle mie conoscenze personali e alla città di Alghero e i suoi dintorni. Sono sicuro che, potenziando l’analisi, sarebbe possibile scoprire nuove interessanti realtà. Naturalmente conosco anche molte persone più rilassate, che non si preoccupano di trovare un lavoro serio e non si muovono troppo per migliorare la propria condizione. Ma non si tratta di una situazione dovuta all’essere sardi. Il ragionamento è molto più ampio. In Sardegna il mercato del lavoro è anomalo per la mancanza di industrie e aziende (data anche dal fatto si tratti di un’isola), non perché la gente ha scarsa voglia di lavorare. Lo chieda alle centinaia/migliaia di cassaintegrati della chimica isolana, in piena crisi per incapacità e indolenza a livello dirigenziale. Lo chieda a loro se hanno voglia di lavorare. Lo chieda a me, a 26 anni laureato con lode sia nella laurea triennale che nella specialistica, con alle spalle due esperienze Erasmus, collaborazioni con agenzie e testate informative locali, un patentino da giornalista pubblicista, e attualmente alla ricerca di un impiego perché qua le strade sono chiuse e non c’è spazio.
E poi, in base a quali dati si permette di dire che “in questa zona del sassarese, in ogni famiglia, almeno un componente riceve un sostentamento dallo Stato: disoccupazione, invalidità..”? Con quale obiettività può emanare simili sentenze? L’invalidità, quando certificata, non è un modo per campare. Chi la subisce ne farebbe volentieri a meno! Scrivere queste cose con assoluta leggerezza è barbaro e incomprensibile. E la disoccupazione non dura in eterno, è legata a meccanismi ben definiti che valgono per l’intera nazione, non solo per questa Regione. E poi, generalizzando, io potrei dire: nel milanese, ogni 4 imprenditori o liberi professionisti, almeno uno o due evadono quasi completamente le tasse. Le sembra giusto?
Comunque, capisce quale sia la differenza tra la sua idea di Sardegna e la realtà? A me fa (si può dire?) incazzare proprio la serie di pregiudizi riguardanti i sardi e la Sardegna da lei espressi, duri a morire a causa dell’ignoranza altrui.
Con rispetto,
Claudio Simbula
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