LA RECENSIONE

"The wolf of Wall Street", tre ore
di cinema all'ennesima potenza

Da oggi al cinema Moderno
di Francesco Bellu
 (foto: Facebook)
(foto: Facebook)

SASSARI. Diciamolo subito, per non creare false aspettative: "The wolf of Wall Street" non è un film sulla finanza in senso stretto. È semmai una riflessione sociologica in cui le radici dei mali attuali della nostra economia vengono prese come pretesto per raccontare ben altro. La parabola di Jordan Belfort (un Leonardo Di Caprio monumentale), che arriva dalla provincia e diventa uno dei broker più spregiudicati nella New York rampante degli anni Ottanta, è in fondo un nuovo capitolo dell'analisi di Martin Scorsese sull'uomo e del suo tendere in maniera inesorabile al peccato e al vizio. Al centro ci sono persone schiacciate dalla realtà e votate alla (auto)distruzione. Belfort è solo l'ultimo personaggio di una galleria di disadattati tipici nella sua filmografia: da Travis Bickle a Jack La Motta, da Newland Arcer al Gesù de "L'ultima tentazione", da Sam "Ace" Rothstein sino al magnate Howard Hughes. Quello che lo contraddistingue è un ingordigia senza freni. Di denaro, sesso, droghe e alcol. Una vita portata e votata all'eccesso in cui è fondamentale fagocitare qualsiasi cosa. La bulimia fisica fa rima con quella finanziaria, perché la vendita di azioni che hanno il valore di carta straccia è solo un modo per arricchirsi illegalmente e condurre una esistenza al limite.

Da un punto di vista cinematografico tutto questo si traduce con una messa in scena che pompa adrenalina dall'inizio alla fine. Per certi versi guardare "The wolf of Wall Street" è come farsi una endovena di cinema all'ennesima potenza - parafrasando una espressione felicissima utilizzata dal The New Yorker - in cui il regista italoamericano riversa tutto il suo virtuosismo come mai aveva fatto sino ad ora. Una frenesia inarrestabile che tiene il passo del suo protagonista a costo di debordare dallo schermo. Il ritmo è dettato dai guadagni vertiginosi intervallati da feste sregolate, corse in auto di lusso e pupe da rimorchiare. Non c'è nessuna remora, non c'è nemmeno nessun moralismo. Scorsese guarda dritto negli occhi di Belfort, senza dare giudizi di sorta, penetrando nella giungla del capitalismo con uno sguardo beffardo e sulfureo che non disdegna il politicamente scorretto, la parolaccia usata come virgola e l'ironia tagliente di chi ne sa una più del diavolo. Dopo la lunga parentesi iniziata dopo "Al di là della vita", Scorsese rivitalizza il suo cinema allontanandosi da autoremake ("The departed"), film di alta fattura ("The aviator" e "Shutter island") e omaggi fiabeschi ("Hugo Cabret") per riallacciare il discorso con i suoi film precedenti, superando il blocco titanico di "Gangs of New York" che, per molti versi, ha rappresentato e rappresenta una summa del suo stile imprigionata a stento in una confezione kolossal. Un magma registico denso, orgiastico e barocco che ora grazie a "The wolf of Wall Street" trova finalmente un modo di esondare in tutta la sua potenza visiva e narrativa.

Guardando l'ultimo film del regista di "Taxi driver" è impossibile non fare riferimento alle sue opere migliori. Per molti versi i broker allupati e mai sazi ricordano i boss di "Quei bravi ragazzi", con l'unica differenza di essere perennemente sfatti. Ma è l'avidità che li accomuna e che li porta ai limiti. Sono esistenze votate all'annientamento sin dall'inizio, sin da quando Jordan mette il piede fuori dall'autobus per immergersi nel tempio dell'alta finanza americana.  Dio, stavolta, non sta più in chiesa, ma siede tra le poltrone di un ufficio di Wall Street, oppure in un tavolo di un ristorante. Il Martini ha lo stesso valore dell'acqua benedetta. Solo che non monda i peccati, ma insozza ancor di più l'animo. Battersi il petto boffonchiando "Hum hum" è il gesto per entrare all'inferno. Dopo, niente sarà più come prima.

 

 

© Riproduzione non consentita senza l'autorizzazione della redazione
Immagini articolo
  •  (foto: Facebook)