la testimonianza

Palestina, andata e ritorno
Il muro, i sassi e i bambini che giocano

di Grazia Sini
 (foto: Maria Dore e Francesco Soro)
(foto: Maria Dore e Francesco Soro)
SASSARI. «Quando si torna da un viaggio come questo non si può stare con le mani in mano. Perché quando sei lì capisci che quello che ti mostrano in televisione non è neanche la metà di ciò che succede davvero. E tu non puoi non raccontare ciò che i tuoi occhi hanno visto, ciò che, anche dopo quasi tre mesi che sei tornato a casa, continui a sognare la notte». "Lì" è la Palestina, la città di Hebron, Beitsahour, sobborgo di Betlemme, Ramallah, Gerusalemme. Chi vuole raccontare sono Maria Dore e Francesco Soro, studenti universitari sassaresi, unici sardi a essere partiti a luglio per dieci giorni in un campo profughi palestinese.

Il viaggio è stato organizzato dall'Arci Cultura e Sviluppo. Francesco, «fissato con la Palestina dalla terza superiore», ha saputo del bando grazie a SassariNotizie. Ha chiesto all'amica Maria, anche lei da sempre interessata al tema, tanto da aver scelto di studiare l'arabo all'Orientale di Napoli, e hanno fatto la domanda per partire. Un veloce corso di preparazione a Cagliari e poi il volo, con altri diciotto volontari da tutta Europa, alla volta di Tel Aviv.
«Eravamo in un campo profughi nel sobborgo di Beitsahour, a Betlemme. Il campo è tenuto da un'organizzazione palestinese, la Opgai. Io avevo il compito di ripulire la terra per poterla coltivare» ricorda Francesco. «E noi donne irrigavamo le piante» aggiunge Maria.

Raccontano senza mai alzare il tono della voce. Quando parlano delle loro attività sorridono, ma se gli si chiede come sia la vita di chi lì ci abita, si fanno seri, abbassano lo sguardo, come per riordinare le idee, prima di fissarti negli occhi e dirti che: «vivono come topi in gabbia». E non per il muro alto otto metri che li divide dal resto del mondo, e neanche per i check point che dalle due di notte alle sei del mattino restano chiusi, ma proprio perché vivono in una gabbia. Sulle loro teste, infatti, c'è una rete che copre tutta la zona del mercato arabo. «Gli israeliani lanciano di tutto per obbligare i palestinesi ad andare via da lì, tanto che molti hanno chiuso il negozio. Ora la grata blocca i massi, ma non il piscio che continua a volare sulla testa delle persone». (VEDI GALLERIA FOTOGRAFICA)

Ma tutti gli israeliani la pensano così?
«No, basta considerare che la nostra guida era un israeliano. Faceva parte della Icahd, un'associazione tutta semita che lotta per la causa palestinese. Gli abbiamo chiesto quanti la pensano come lui. Ha risposto "pochissimi". Secondo lui molto influisce il fatto che lo Stato incentiva il rientro degli ebrei da tutto il mondo. Gli pagano il viaggio e gli regalano la casa. E così succede che le abitazioni palestinesi risultano sempre abusive e vengono buttate giù. Quelle israeliane mai».

E così l'odio tra i due popoli cresce...
«I bambini di sei anni vengono messi in carcere se tirano pietre. Nelle spiagge del mar Morto, che pure sono palestinesi, ci sono solo israeliani e turisti, sono off limits per gli arabi. Israele ha il controllo dell'acqua, tutte le sorgenti sono da quella parte del muro; quando dettano accordi che ai palestinesi non piacciono, gli chiudono l'acqua, e per giorni li lasciano a secco. Cos'è un popolo senz'acqua? Non c'è neanche più agricoltura. Un giorno bambini di 11-12 anni giocavano in cerchio. Uno di loro si è avvicinato e mi ha detto: "noi non vogliamo mandarli via, vogliamo solo poter giocare fuori"».

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Immagini articolo
  •  (foto: Maria Dore e Francesco Soro)
  • Francesco Soro a lavoro (foto: Maria Dore e Francesco Soro)
  • Maria Dore con la maglietta dell'associazione palestinese (foto: Maria Dore e Francesco Soro)