l'inchiesta

Maternità, il peccato originale
delle donne che lavorano

Quando la gravidanza è una colpa da espiare
di Valentina Guido
 (foto: SassariNotizie.com)
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SASSARI. Grintose come Ilaria D’Amico, popolari come Antonella Clerici, esperte come Stefania Boleso, manager Red Bull licenziata perché ha osato dare alla luce un figlio dopo dieci anni di onorata carriera: non importa la visibilità, il settore di attività, la preparazione e il livello raggiunti, perché di fronte a certi datori di lavoro le donne incinte sono tutte la stessa cosa: una seccatura. Non abbiamo intervistato né la regina di Sky Calcio Show, né la conduttrice dell’ultimo festival di Sanremo, ma due sassaresi che operano una nel settore pubblico, l’altra nel privato, e attraverso le loro storie abbiamo conosciuto una miriade di altre situazioni simili, quasi un mondo parallelo di mamme che sono state punite per aver avuto un figlio.

Croce o delizia? Le chiamano “gioie della maternità”, quell’alone rosa che circonda le puerpere e le fa apparire in uno stato di grazia. Peccato che, fuori dalle mura domestiche, quella stessa grazia diventi una maledizione, quasi una colpa di cui vergognarsi non solo di fronte ai vertici aziendali, che pagano e credono di avere più titoli per lamentarsi, ma anche di fronte alle colleghe d’ufficio. Proprio così: leggendo le storie che vi racconteremo, scoprirete che la solidarietà femminile sul lavoro è un miraggio.

I costi della maternità. Secondo un’indagine di Unioncamere, il 54 per cento degli italiani pensa che i figli siano un limite alla realizzazione professionale delle donne. Il 76 per cento dei dirigenti loda l’efficienza delle donne, ma dichiara che la maternità è un ostacolo. Lo pensa anche l’82 per cento delle stesse donne. Si crede che la maternità costi molto alle aziende, ma non è così: secondo una recente ricerca dell’Università Bocconi, il costo di gestione della maternità rappresenta solo lo 0,23 per cento dei costi di gestione del personale.

Si fanno pochi figli. Nessuno può negare che bisogna fare più figli perché la società è vecchia, tutti intascano dallo Stato le pensioni di vecchiaia, ma intanto queste pensioni chi le paga? Bella domanda. In provincia di Sassari dal 2008 al 2009, il numero delle nascite è calato di oltre 200 unità. Il saldo è negativo anche nella provincia di Olbia-Tempio, come del resto in tutta Italia, secondo l’Istat. Per non parlare dell’occupazione femminile, proprio quell’indice che secondo gli economisti dovrebbe rialzarsi, se vogliamo avere qualche speranza di uscire bene dalla crisi. Invece l'indice di occupazione femminile è lontano anni luce da quel 60 per cento che era l’obiettivo di Lisbona: 30 per cento nel Mezzogiorno, 43 per cento in Sardegna, 47 per cento in Italia. Giusto per avere un’idea: 56, 64 e 69 sono gli indici di occupazione maschile nelle stesse aree. Una differenza di 20 punti percentuali nell’occupazione tra uomo e donna è un dato sui cui riflettere.

Le leggi per tutelare la maternità esistono in gran numero. L' articolo 37 della Costituzione è molto chiaro nel mettere sullo stesso piano lavoratrici e lavoratori, e l’articolo 27 del decreto legislativo 198/2006 è ancora più esplicito: “È vietata qualsiasi discriminazione fondata sul sesso per quanto riguarda l’accesso al lavoro in forma subordinata, autonoma o in qualsiasi altra forma, indipendentemente dalle modalità di assunzione e qualunque sia il settore o il ramo di attività, a tutti i livelli della gerarchia professionale. La discriminazione è vietata anche se attuata attraverso il riferimento allo stato matrimoniale, di famiglia o di gravidanza”.

Paura di denunciare. Ma nonostante le numerose leggi, il mobbing e i soprusi non diminuiscono, come dimostra l’impennata del numero delle dimissioni nel periodo della gravidanza o immediatamente successivo al parto (in provincia di Sassari nel 2009, rispetto al 2008, sono aumentate quasi di un terzo). Queste lavoratrici raramente comunicano alla Direzione provinciale del lavoro di aver subito pressioni, ma indicano generici motivi di famiglia, al più specificando “difficoltà di conciliare famiglia e carriera”. Ma dietro queste formule oscure, si cela il segreto di Pulcinella, quello che tutti sanno ma che le lavoratrici dipendenti, soprattutto nel commercio e nelle cooperative del settore pulizie, non denunciano quasi mai per paura di ritorsioni. La Direzione provinciale del lavoro di Sassari scopre queste situazioni solo quando i funzionari entrano in azienda per altri motivi. Eppure un problema come questo meriterebbe un’attenzione particolare, come del resto ha sottolineato la responsabile della Direzione provinciale del lavoro di Sassari, Annalisa Massidda. Nel corso dell’ultima riunione del Cles, la dirigente ha lanciato l’idea di un Comitato per l’emersione a tema, dedicato proprio alle discriminazioni di genere.

Cosa fare? Ma intanto le donne che ritengano di esser state discriminate che cosa possono fare? Possono rivolgersi alla Direzione provinciale del lavoro che ha il compito di fare gli accertamenti e può fare rapporto al magistrato. Per un sostegno legale ed economico, ci si può rivolgere anche alle Consigliere di parità, che operano sia a livello regionale che provinciale. Insomma, la normativa e gli strumenti non mancano, ma non bastano anche perché in pochi li conoscono. Appuntamento a domani con la prima storia.

Fonti: Istat, Direzione provinciale del lavoro di Sassari
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