RECENSIONE IN ANTEPRIMA

Il sesso hard e il buio dell'anima
in "Nymphomaniac" di Lars von Trier

di Francesco Bellu
 (foto: Facebook)
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SASSARI. Partiamo da un dato indubbiamente lampante: "Nymphomaniac" non è un porno in senso stretto. Nonostante organi sessuali a profusione inquadrati spesso in primo e primissimo piano, nonostante ci siamo scene più esplicite rispetto ad un film "normale". Semmai l'ultimo film di Lars von Trier è l'ennesima (auto) confessione della paura e fascinazione di un regista di fronte all'universo femminile. Una vera e propria analisi personale declinata ovviamente alla maniera dell'autore di "Dancer in the dark", in cui si mescolano ironia e sarcasmo, morte e vita. D'altronde il film è una sorta di seduta psicoanalitica in cui si fronteggiano la protagonista Joe e Seligman, l'uomo che l'ha trovata esanime per strada e a cui racconta la sua storia di ninfomane. Joe si mette a nudo, si professa una persona meschina che utilizza il sesso per riempire la sua solitudine usando il suo corpo come arma, come potere.

Gli uomini sono solo numeri, al massimo iniziali di lettere in maiuscolo, utilizzati per avere cioccolatini, oppure per puro diletto. Unico elemento sentimentale è Jerome, il ragazzo che l'ha sverginata e che poi tornerà anni dopo a sconquassare la sua esistenza. Joe è il lato carnale e meccanico del sesso, incontrollabile nel suo essere compulso sino al parossismo.  In questa figura di donna von Trier vede la variabile, la discrepanza dal quale è attratto e allo stesso tempo respinto. Non è un caso che in Seligman si manifestino le caratteristiche opposte. Nell'uomo che accoglie Joe nella propria casa c'è il tentativo di mettere a sistema il tutto.  Una forma di razionalità matematica e scientifica in cui il regista danese si specchia, rendendo però ancora più manifesta la propria fragilità di fronte al femminile che molti, soprattutto se si guarda alle sue opere precedenti, hanno interpretato erroneamente come misoginia.

Le sequenze numeriche di Fibonacci, la regola aurea della perfezione e la polifonia di Bach sono un tentativo estremo di aggrapparsi ad un qualcosa di solido e sicuro. Da un punto di vista narrativo ciò si traduce in un linguaggio decisamente libero, in cui le parole si mescolano ad un flusso ininterrotto di immagini e situazioni, imbrigliate in una struttura divisa in due film, a sua volta suddivisa in  capitoli (cinque nella prima parte e tre nella seconda). Le metafore (la pesca alla mosca, il ruscello) e richiami letterari (gli Uscher di Edgar Allan Poe ad esempio) servono da puntello sul quale innestare un discorso molto serio sul male dell'anima. Perché in fondo, per quanto possa sembrare strano, "Nymphomaniac" è molto vicino all'essere un melodramma vero e proprio in cui sono le geometrie sconnesse del cuore a fare da motore. Nei rapporti iterati di Joe, l'amore, infatti, è mancante. Paradigma non cercato volutamente. E paradossalmente quando compare è un qualcosa che non si riesce ad afferrare. Durante l'amplesso con Jerome, Joe piange e dice di "non sentire nulla", prima che lo schermo viri in nero alla fine del primo blocco. Il suo sguardo perso e le lacrime sembrano quasi una sconfitta o comunque una forma di inadeguatezza rispetto ai canonici rapporti tra uomo e donna. Perciò i nudi, i membri eretti e le vagine sullo schermo non sono altro che la rappresentazione fisica dei dilemmi umani di fronte alla propria intimità.

A conti fatti "Nymphomaniac" è più doloroso di quanto si pensi, decisamente morale (e non moralista) nei confronti dei suoi personaggi e le loro vicissitudini. Uno squarcio aperto, lucido e lancinante sul buio esistenziale della società contemporanea.

 

 

 

 

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