l'inchiesta

"Hai voluto un figlio? Peggio per te!"

Storia sassarese di una donna licenziata dopo la maternità
di Valentina Guido
 (foto: SassariNotizie.com)
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SASSARI. Tre anni dopo il licenziamento, Michela (nome di fantasia, ndr) è ancora arrabbiata. La sua vicenda si svolge in un’azienda privata, quindi nel settore in cui le discriminazioni accadono con maggiore frequenza e in cui, secondo i dati del Ministero del Lavoro, è più difficile far valere i proprio diritti. «Lavoravo per quello studio di commercialisti da 12 anni- racconta- ed ero diventata ormai un punto di riferimento sicuro per i miei datori di lavoro. Almeno, così credevo». A lei venivano assegnati i clienti più importanti e i lavori più urgenti. Le affidavano persino il compito di condurre colloqui di lavoro per l’assunzione di personale. I titolari erano tranquilli nel fine settimana, perché tanto c’era Michela che passava le domeniche in ufficio al posto loro. «Quando c’erano da rispettare scadenze importanti, lavoravo fino alle 2 di notte. A posteriori, vedendo come è finita, non lo farei più: non ho vinto nessuna medaglia».

Tutto cambia. Non solo Michela non ha vinto niente, nonostante l’abnegazione dimostrata, ma di lì a poco ha perso il lavoro. Per far crollare il suo edificio di certezze, fatto dell’esperienza acquisita in tanti anni, è bastato un semplice, doppio annuncio: «Sono incinta e mi sposo». Tutto è cambiato dall’oggi al domani in quell’ufficio pieno di falsi amici e false amiche. «Prima uscivamo anche a cena insieme. C’era molta confidenza. Ma da quel giorno niente è stato più uguale a prima».

Mobbing. I titolari dello studio non le rivolgevano più la parola; le colleghe la salutavano a stento. «Proprio dalle donne non me l’aspettavo…invece sono state quelle che mi hanno trattata nel modo peggiore». Comincia un periodo di passione per Michela, che, sebbene sia una donna forte e decisa, soffre la violenza silenziosa del mobbing. «Prima hanno cercato di farmi fare solo metà delle ferie matrimoniali che mi spettavano. Poi, dall’ottavo mese sono entrata in maternità e, durante l’estate, mi sono sposata». Al momento di rientrare, la sorpresa. «Mi hanno detto di restare in ferie, perché tanto di me non c’era più bisogno. Ma io sono rientrata lo stesso. È stato un incubo». Nessuno la salutava più. E ha dovuto dire addio al suo ufficio spazioso e luminoso.

Di male in peggio. «Mi hanno spostata in una specie di sgabuzzino, nell’angolo più nascosto e buio. Lo stipendio arrivava sempre in ritardo e anche il lavoro era cambiato: le mie pratiche erano state date ad una collega e a me hanno consegnato il libro nero dei clienti morosi. La scusa era che siccome c’era la crisi economica, dovevo recuperare crediti…». Ma non finisce qui: durante la gravidanza, a Michela è stato consegnato un diario in cui doveva scrivere tutto quello che faceva. «Siccome secondo loro non lavoravo più come prima, mi hanno detto di trascrivere su quelle pagine tutta la mia giornata lavorativa. È stato umiliante…ma l’ho fatto perché ho raccolto la sfida, non volevo dargliela vinta».

Licenziata. Ma la caparbietà di una dipendente non ha potuto niente contro la volontà di un datore di lavoro che aveva già deciso di liberarsi di lei. Il licenziamento è arrivato due settimane dopo che suo figlio aveva compiuto un anno. Un bel tempismo, considerato che è vietato licenziare una donna fino al compimento del primo anno d’età del bambino. Michela non lo sapeva, ma in quel momento era di nuovo incinta del suo secondo figlio. Dieci giorno dopo il licenziamento ha avuto un aborto.

Ma perché non ha denunciato i titolari dell’azienda? «Perché ero stanca, frustrata, non avevo voglia di affrontare una causa. E poi avevo paura del passaparola tra i clienti. Inoltre, sono talmente conosciuti in città, che ho pensato che anche in tribunale potessero farla franca».
Per fortuna per Michela oggi le cose vanno decisamente meglio: ha avuto un altro bambino e nel frattempo ha trovato un nuovo lavoro. «A volte si subiscono umiliazioni perché si teme di non riuscire a trovare più lavoro, ma non è così». Hanno cercato di farla pentire per aver voluto una famiglia e un figlio, ma non ci sono riusciti.
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