Qual è la differenza tra un'operazione fiscalmente elusiva e il legittimo risparmio d'imposta?

Esiste un limite alla fantasia degli operatori economici che, alle prese con complesse operazioni societarie o di mercato, ricercando il massimo risparmio fiscale, fanno un uso improprio degli strumenti giuridici pure legittimamente utilizzabili?
Il tema, da sempre oggetto della giurisprudenza nazionale e comunitaria, era disciplinato - per altro in maniera limitata e non organica - fino allo scorso ottobre, dall'art. 37bis del DPR 600/73, ora abrogato.

La necessità di dotare l'ordinamento tributario di una norma di carattere generale, valevole quindi sia per le imposte dirette che indirette, destinata ad assurgere a principio generale dello stesso, ha condotto il legislatore delegato all'emanazione di una disciplina, ora contenuta nell'art. 10 bis della L. 212/2000 (cd. Statuto del contribuente), che ha introdotto la fattispecie dell'abuso del diritto, che  assorbe quella precedente dell'elusione, e si affianca quindi - quale buon medio terzo - alle figure dell'evasione da un lato, e del legittimo risparmio d'imposta dall'altro.
Se è pacificamente intesa l'ipotesi dell'evasione fiscale, sono più incerti – e lo restano anche alla luce della novità legislativa – i confini tra elusione (ora abuso di diritto) e legittimo risparmio d'imposta, ipotesi che il legislatore – bontà sua – ora riconosce e a cui conferisce dignità di norma di diritto positivo.

Il convegno, organizzato dall'Ordine dei Dottori Commercialisti ed Esperti contabili di Sassari in collaborazione con la Fondazione Nazionale dei Commercialisti, ha consentito alla platea di professionisti giuridico fiscali di esaminare sia i profili genetici ed evolutivi della disciplina (così come sviluppati ed elaborati nel tempo da giurisprudenza e dottrina, pure in ambito civile e comunitario), che quelli esegetici della norma, così da approfondire la reale portata innovativa della stessa. In base alle nuove disposizioni, si è in presenza di abuso del diritto quando ci si trova di fronte ad una o più operazioni prive di sostanza economica, che pur rispettando le norme tributarie, realizzano vantaggi fiscali indebiti per il soggetto che le ha volontariamente poste in essere.
Resta evidentemente ancora tanto il lavoro per gli operatori del diritto per riempire di significati le vuote ed anonime locuzione usate dal legislatore delegato, pur anche facendo tesoro di ciò che è già stato statuito a livello comunitario in tema, data inoltre la necessità di operare in pratica complesse valutazioni sia di carattere giuridico che economico.

Osservato che le condotte elusive, pur non opponibili all'amministrazione finanziaria, mantengono la loro validità ed efficacia giuridica, va rimarcato che l'abuso d'ufficio, non rilevabile d'ufficio, deve essere contestato nell'atto impositivo con motivazione rafforzata, nella quale si dia quindi adeguato riscontro del contraddittorio cui il contribuente deve essere necessariamente invitato.
La legge prevede, in ottica di contenzioso, una ripartizione dell'onere probatorio tra le parti, ponendo a carico del contribuente la prova dell'esistenza di ragioni extra fiscali non irrilevanti che giustifichino le operazioni compiute.
Di particolare rilievo è stata la scelta di porre le violazioni della norma fuori dall'ambito penale, ragion per cui le sanzioni hanno esclusivamente carattere amministrativo.

Resta ferma, così come previsto dalla precedente disciplina, la facoltà del contribuente di proporre, prima del compimento di operazioni di particolare complessità e criticità, istanza di interpello.
(Carlo Giuseppe Puggioni, Dottore Commercialista)


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