Sabato all'Archivio storico di Sassari la mostra "Geometrie di parole di Zaza Calzia"

Se guardati in profondità i lavori di Zaza Calzia in mostra all’Archivio Storico di Sassari ci aiutano a capire un aspetto del mondo, del nostro mondo, quello in cui viviamo immersi in un groviglio di parole. Sono segni privati di significato immediato, che vivono senza suono compiuto sulla superficie della tela, da cogliere come forme ritmiche distribuite nell’imprevedibilità del caso o, forse, nella necessità di un ordine nascosto e non rivelato.
Si presentano così i collage di Zaza Calzia che attraversano la sua vasta produzione artistica di designer, pittrice, grafica e molte altre cose ancora, e ne costituiscono la sua cifra stilistica più certa e riconoscibile. Quella che, a partire dagli anni sessanta, giunge sino a oggi e fa, della cultura della creatività, un punto fermo del suo molteplice percorso biografico. D’altra parte la sua formazione e la sua attività didattica hanno sempre ruotato attorno al principio del fare come messa in opera di un’idea, del possibile che si realizza in uno scenario sempre nuovo e variato.
Sia che agisca col pennello che con le “lettres dècoupèes”, Zaza lavora con metodica costante: sorretta da un’innata attitudine compositiva, procede con la sicurezza di chi fonda il mestiere sul talento, sulle capacità manuali e strutturali che danno, alle sue architetture di parole, la forma di accadimenti percettivi e geometrici con un altissimo grado di seduzione visiva.
Ritagliare e comporre sono operazioni contigue: attratta dalla forma grafica della scrittura che da anni ritrova ostinatamente nel settimanale l’Espresso (senza implicazioni politiche, solo perché ha “una bella carta” e “bei caratteri”, dice lei) isola le sequenze di frasi che destruttura sforbiciando prima di riassemblare sul piano dando vita a una molteplicità di situazioni inaspettate, mobili, ritmiche, colorate, attrattive, e sicuramente festose. C’è una gioia implicita in questi lavori che nascono dal piacere del gioco come abilità combinatoria, come rapporti di forme e colori che si sollecitano a vicenda, si dispongono per piani, si rincorrono nello spazio animato da atomi in perenne movimento.  L’artista infatti dispone i moduli compositivi in strutture essenziali, lineari o concentriche, per far sprigionare in tutta la forza dialettica i segni alfabetici, i piani cromatici, la bellezza di una sintassi che disegna partiture astratte e persino poetiche.
Non c’è dubbio che solo un’acuita sensibilità estetica poteva giungere a queste soluzioni: le sillabe, variate nelle dimensioni e nei caratteri, nel rapporto con lo spazio, sottratte al loro compito originario di significazione, offrono la componente formale di se stesse come trame di un ordito fantasioso, irreale.

Si scopre così che le lettere hanno corpo, vitalità, emozioni. Si respingono e si attraggono, si moltiplicano e si mimetizzano, abitano superfici instabili, si dilatano o si riducono in scenari narrativi impossibili ma, proprio per questo, ludici e sorprendenti. Che sembrano cantare.
In realtà le carte ritagliate e incollate di Zaza Calzia si portano dietro, senza preavviso, il senso del tempo che le ha generate, residui di un reale che riaffiora solo a tratti, che brucia velocemente, si decompone in un attimo, come le parole sottratte a una informazione ormai inutile che l’arte, al contrario, rifunzionalizza, ne scopre la durata e la sua natura estetica. In una società dove la comunicazione è veloce quanto assillante e di breve respiro, interviene il mezzo artistico che dà valore allo scarto, educa il nostro sguardo,  insegna il godimento della libertà compositiva, mostra la possibilità di ridisegnare il mondo.


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