Sanità in Sardegna, la triste fotografia che ne fa il sindacato Cisl Fp

Il sindacato CIsl Fp, a nome del suo segretario Antonio Monni, scrive una riflessione pubblica sulla gestione della sanità sarda.

"La difficile situazione in cui versa la sanità regionale e territoriale (ex AA.SS.LL.), alla luce delle riforme in atto, impone una seria ed approfondita riflessione sul metodo e merito delle azioni amministrative e politiche che stanno accompagnando questa sorta di modello inedito di governo del SSR, che, a nostro avviso, non sta producendo alcunché in termini di risposte ai bisogni del cittadino, ne tantomeno a titolo di miglioramento dell’organizzazione del lavoro nella sua indubbia complessità.In tale contesto il sindacato, a più riprese e a vari livelli, ha cercato – inutilmente - di rappresentare e sensibilizzare le c.d. controparti, sia esse politiche che amministrative, affinché la partecipazione degli attori e fautori che rappresentano fisicamente il sistema sanità, cioè le lavoratrici e lavoratori attraverso le rispettive rappresentanze sindacali, fosse l’elemento sul quale generare ogni tipo di atto e/o azione, finalizzato a costruire nel tempo un vero modello di assistenza, capace di rispondere coerentemente ai bisogni sanitari e socio sanitari, in una prospettiva di valorizzazione delle professioni.

Al netto di quelle che sono le scelte e decisioni “d’elite”, per quanto concernono invece le relazioni sindacali il dato inconfutabile è pressoché deludente.In altre parole non c’è un’idea di rapporto/relazione costruttiva e propositiva che ci permetta di esercitare a pieno titolo il nostro ruolo e mandato, per cui avviare un vero confronto, utile a fronteggiare le numerose criticità ormai incancrenitesi in ogni articolazione organizzativa.
I fattori sui quali non si è fatto alcun passo avanti sono essenzialmente due: il concetto di gestione ed integrazione tra territorialità ed ospedalizzazione.

Concetti sui quali si sono spenti i riflettori da troppo tempo, perciò il sistema continua incessantemente a reggersi sul modello “ospedalocentrico”, ragion per cui ad esempio il fenomeno del sovraffollamento delle corsie ospedaliere, oltre a causare un aumento esponenziale dei carichi di lavoro, sprechi di risorse in termini di personale, presidi e materiali sanitari, costringe i pazienti a lunghe attese e sistemazioni di fortuna come i ricoveri in barella e/o, per i più “fortunati”, i famigerati appoggi in altre unità operative: condizione che viene vissuta dal paziente “appoggiato” come uno stato di abbandono.

Pur consapevoli che quanto sopra non è di facile soluzione, tuttavia la sensazione che si avverte è che non si producono atti e conseguenti azioni capaci di fronteggiare simili criticità, eppure, ad esempio, se i plessi ospedalieri delle Cliniche Universitarie con quello del SS.Annunziata, accorpati per legge dal 1° gennaio 2016, si adoperassero per una vera e funzionale collaborazione nel governo dei ricoveri, sarebbe già un grande passo avanti: di fatto però continuano ad operare quasi fossero due aziende diverse.Di contro, paradossalmente, se giriamo lo sguardo verso il territorio, si assiste a dimensionamenti ed in taluni casi di vere chiusure di realtà rivolte alle persone fragili, per lo più anziani e disabili, i quali, non trovando risposte nel territorio, “corrono” al pronto soccorso più vicino.

Le case della salute e gli ospedali di comunità a gestione infermieristica, che in qualche misura avrebbero dovuto rivestire esattamente la funzione di filtraggio per farsi carico di bisogni non propriamente ospedalieri, sono e restano un miraggio.In perfetta analogia anche gli ospedali di I° livello come Alghero ed Ozieri appaiono come strutture che arrancano, in un sistema dove la progettualità ed il potenziamento delle discipline in esse contenute restano sulla carta.Ecco che le liste di attesa proliferano in maniera inaccettabile.

Non possiamo non richiamare altresì lo “stato di salute” del personale del servizio sanitario regionale, a cominciare dalle forti carenze organizzative e dalla scarsa motivazione dovuta, tra le altre cose, da una condizione reddituale congelata per legge dal 2010.Finalmente, grazie all’accordo sul testo di pre-intesa del nuovo contratto nazionale, sottoscritto tra l’ARAN e le federazioni nazionali della funzione pubblica di Cgil, Cisl e Uil, la contrattazione decentrata ci permetterà di riaprire il confronto con le parti datoriali, così da aggiornare i tabellari e distribuire risorse su taluni elementi retributivi accessori.

Tuttavia quello che resta come elemento critico di forte attualità è la penuria di risorse umane nelle unità operative ospedaliere.Seppur la prospettiva di stabilizzare i numerosi precari certamente è un elemento che compenserà in parte tale criticità, c’è bisogno di fare di più con un ragionamento complessivo e strutturale di governo del personale in termini di efficienza ed efficacia.
Sono passate due settimane dalle elezioni delle Rappresentanze Sindacali Unitarie in sanità, l’auspicio è quello che d’ora in avanti si apra un dialogo forte e costruttivo, a tutti i livelli, sia essi politici che amministrativi, che ci permetta davvero di essere protagonisti in un contesto dove c’è bisogno di sganciarci da una modalità di “rodaggio”, condividendo un vero cambiamento, interpretato come un’occasione di crescita per tutti i professionisti, ma soprattutto di miglioramento del sistema sanità, per dare ed offrire risposte ai cittadini:   una sfida non  facile ma percorribile."




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