Mohammad Shonel Anowar, dal Bangladesh a Sassari

di Daniela Piras
Nel centro storico sassarese si può trovare di tutto, dai classici alimentari a negozi specializzati in vendita di pietre, perle, nastri, collane, bigiotteria, spille e oggettistica. Di uno di questi, in via Università, “L’Oriental Brothers”, è titolare Mohammad Shonel Anowar, quarantaduenne originario del Bangladesh, dal 2006 a Sassari. Abbiamo provato a conoscere meglio la storia di uno dei tanti immigrati che risiedono in città.
Mohammad mi accoglie con estrema gentilezza, e mi offre subito un caffè, mostrandomi la tazzina poggiata sul banco. "Dal bar te la portano direttamente qui, senza problemi." Parla del bar che ha da poco aperto in via Università, a pochi metri da lì. Entro nel negozio e faccio un giro per vedere cosa propone in vendita. È molto assortito, e tutto appare in ordine. Mohammad si mostra da subito molto disponibile a raccontare un po’ di sé. "Sono arrivato qui a Sassari dodici anni fa. In Bangladesh ho studiato e ho conseguito una laurea in elettronica. Ho lavorato in diversi luoghi prima di arrivare qui, sono stato a Hong Kong, a Taiwan, in India, a Singapore, in Germania, in Spagna. Ho lavorato come commerciante di elettronica e di telefonia mobile, come operaio edile e generico. Sono stato a Roma ma non avevo voglia di stare in una città così caotica, qui a Sassari viveva già mio cognato e così mi sono trasferito qui. Ho studiato l’italiano e ho conseguito una certificazione. Ad aiutarmi con la lingua poi sono stati anche i miei clienti."
Veniamo interrotti dopo pochi minuti da una cliente che ha bisogno di trovare il modo di indossare un oggetto appena acquistato, di realizzare una collana. Capisco che la pazienza e la disponibilità di Mohammad non sono soltanto per me. Una buona mezz’ora passa così, fornisce diverse soluzioni alla signora che tergiversa in preda all’indecisione. Si alternano consigli su materiali e colori, proposte, richieste di sconto, foto scattate dallo smartphone come promemoria; alla fine la signora ringrazia ed esce, affermando di doverci riflettere su. Nel frattempo mi sono accomodata in una sedia posta dietro il banco, accogliendo l’invito del commerciante e, osservando la scena, ottengo implicitamente la risposta a una domanda che volevo porgli: "Come mai le persone dovrebbero preferire venire ad acquistare da te piuttosto che andare in un centro commerciale?"
Chiedo a Mohammad un suo punto di vista sulla crisi economica che ha colpito la città e che ha portato alla chiusura di molte attività in via Università. "Per me non è cambiato nulla, è cambiato qualcosa per gli abitanti locali. Io lavoro comunque – mi dice Mohammad –, certo prima c’era più gente e avevo più clienti, ma non mi lamento. Ho voluto aprire una mia attività perché volevo essere indipendente. Faccio sacrifici, ma va bene così. È importante che si capisca come creare lavoro, sarebbe bello che in questa via ci fossero tanti altri negozi aperti, e sarebbe meglio che restasse chiusa al traffico, che diventasse totalmente pedonale. Il fatto che abbiano chiuso diverse attività è molto brutto. I proprietari dei locali qui non vogliono affittare a prezzi bassi, vogliono vendere."
Mohammad mi spiega quale sia la situazione nel suo Paese, condizione che è stata alla base della sua decisione di partire: "Dopo aver studiato io sarei potuto restare in Bangladesh, avrei potuto fare tante cose, ma la ragione per cui sono partito è perché esiste una feroce dittatura e molta corruzione. Io sono qui perché ho voluto salvare la vita. Non sono solo le persone comuni a scappare, anche colui che ricopre la più alta carica della magistratura (il giudice capo Sinha, n.d.r.) è scappato, ora si trova in Germania. Fino agli anni Novanta si viveva bene poi, con lo scoppio della guerra in Iraq, la situazione è degenerata. Molti miei connazionali erano partiti per lavorare in Libia, guadagnavano anche bene. Poi la guerra e l’instabilità politica hanno creato un nuovo esodo. Si scappa. Si va dove si può vivere tranquillamente."
In Bangladesh il Capo di Stato è Abdul Hamid, il Capo di governo Sheikh Hasina. Il rapporto annuale stilato da Amnesty International afferma che: "I diritti alla libertà di riunione pacifica e associazione sono limitati. I difensori dei diritti umani sono vessati e intimiditi. Le persone Lgbti subiscono persecuzioni e arresti. Membri del partito d’opposizione vengono arrestati arbitrariamente. La libertà di espressione è molto limitata, gli attacchi nei confronti dei giornalisti sono continui. Chi si oppone mette a rischio la propria vita, come nel caso del giornalista Abdul Hakim Shimul. I sostenitori dell’opposizione vengono fatti sparire forzatamente. In alcuni casi vengono ritrovati morti. Il governo interferisce sulla magistratura,  il giudice capo Sinha ha rassegnato le sue dimissioni e ha lasciato il Paese. In Bangladesh si pratica la tortura e la pena di morte."
In una tale situazione è facile immaginare che un giovane uomo, che ha a cuore la sua stessa esistenza, provi a cercare un futuro migliore altrove. Mohammad mi spiega che l’Italia è un posto dove si può vivere tranquillamente, e che lui ha scelto di fermarsi in Sardegna. Gliene chiedo il motivo e gli domando anche come faccia a mantenere se stesso e la sua famiglia; come faccia ad essere ancora aperto, in una via dove molti hanno abbassato definitivamente le serrande. "Ho scelto di restare in Sardegna perché questo è un paradiso. Qui mi piace l’ambiente, mi piace la città, è tranquilla. La gente è socievole. I sacrifici per portare avanti la mia famiglia sono tanti, ho una moglie e un figlio di otto mesi, le spese sono tante, le tasse aumentano, devo pagare due affitti. Riesco a tenere aperto perché ho l’aiuto dei miei genitori e dei miei parenti, mi mandano soldi dal Bangladesh."
Una storia di coraggio e di sacrifici che non è poi così diversa – con i dovuti distinguo – da quella di tanti sardi che sono partiti in cerca di una vita più dignitosa.  
Mi rendo conto che è arrivata l’ora di chiusura dall’arrivo della moglie e del figlio di Mohammad, avrei ancora molte altre domande da porre ma devo salutare. Uscendo do uno sguardo all’insegna e penso che“Oriental Brothers” sia davvero un nome di buon auspicio, dato che ci ricorda che gli immigrati che sono qui in città, orientali o meno, sono pur sempre “fratelli”.


© Riproduzione non consentita senza l'autorizzazione della redazione
Immagini articolo