Sassari è la città più tartassata dell’isola con una pressione fiscale del 66,5%. Lo dice Cna

Sassari è la città più tartassata dell’isola con una pressione fiscale del 66,5%: Un reddito d’impresa di 50 mila euro al netto delle tasse si assottiglia a 16.754. In media le pmi italiane hanno una pressione fiscale del 61,4% lavorano fino all’11 agosto solo per pagare il Fisco; un imprenditore sassarese deve lavorare fino al 30 agosto per pagare il Fisco. Continua ad aumentare la pressione fiscale per le piccole e media imprese e gli artigiani italiani. Alla fine del 2018 peso esercitato dal Fisco arriverà al 61,4%, 0,2 punti percentuali in più rispetto al 2017 (61,2%). Una variazione che è arrivata ad un + 2,4% rispetto al 2001. In questa situazione generale preoccupa particolarmente la pressione fiscale in Sardegna dove – soprattutto a Sassari - l’incidenza del fisco è nettamente superiore alla media italiana. Raggiungendo una pressione del 66,5% (+6,1% rispetto al 2011). A Sassari un artigiano o un piccolo imprenditore dovranno lavorare otto mesi interi, dal primo gennaio addirittura al 30 agosto, solo per pagare l’Erario. All’artigiano o piccolo imprenditore sassarese netto delle incombenze tributarie resterà in cassa una parte bassissima del reddito aziendale: su 50mila euro ne rimarranno soltanto 16.754 (-3.036 rispetto al 2011).

La provincia sarda in cui si pagano meno tasse continua ad essere Carbonia Iglesias che, grazie al suo triste primato di provincia più povera d’Italia, ha ottenuto numerose agevolazioni fiscali che hanno alleggerito gli imprenditori. I dati, nonostante un leggero peggioramento rispetto allo scorso anno, risultano ancora inferiori rispetto a quelli del 2011. A Carbonia la pressione fiscale è del 55,8% e un piccolo imprenditore o un artigiano devono lavorare fino al 22 luglio per pagare l’Erario. Ad Iglesias invece il peso delle tasse è del 56,9% e per pagare l’Erario bisogna lavorare dal 1° gennaio al 26 luglio.

I dati sul carico fiscale delle piccole e medie imprese nelle città sarde sono contenuti nel Rapporto 2018 dell’Osservatorio CNA sulla tassazione della piccola impresa (Comune che vai, Fisco che trovi) curato dal Centro studi e dal Dipartimento politiche fiscali dell’associazione artigiana, che ha misurato e quantificato la pressione fiscale di 137 Comuni italiani (tra cui tutti i capoluoghi di Regione e di Provincia) facendo riferimento ad un’azienda italiana tipo: un'impresa manifatturiera individuale con cinque dipendenti, un laboratorio, un negozio e un reddito di 50 mila euro all'anno. Per questa tipologia di impresa è stato calcolato il Total Tax Rate (cioè il prelievo totale delle amministrazioni pubbliche sul reddito) e sono state determinate le variazioni del carico fiscale dal 2011 al 2018.

Tra fisco nazionale, regionale e comunale nel 2018 il peso complessivo del fisco (Total Tax Rate) per artigiani e PMI dovrebbe aumentare dello 0,2% rispetto al 2017, toccando il 61,4%. Negli anni della crisi il Ttr è passato dal 59,2% del 2011 al 64,5% del 2012, al 63,7% del 2013 e addirittura al 63,9% del 2014. L’unica possibilità per correre ai ripari è il ricorso, da parte delle imprese, al nuovo regime fiscale previsto dall’IRI (Imposta sul reddito delle imprese che alleggerisce la tassazione del reddito lasciato in azienda): in questo caso la pressione fiscale scenderebbe mediamente al 59,2%.
La classifica complessiva della Cna – che elabora i dati fiscali dal 2011 al 2017 e li compara con le previsioni per il 2018 – attribuisce ancora una volta la maglia nera a Reggio Calabria con una pressione fiscale complessiva che tocca addirittura il 73,4%. Rimane seconda Bologna, con il TTR al 72,2%. Terza posizione a pari merito per Roma e Firenze con il TTR al 69,5%. La città italiana in cui i piccoli imprenditori sono meno tartassati è invece Gorizia, con una pressione fiscale del 53,8%, seguita a poca distanza da Udine (54,5%). In Sardegna la città più sostenibile fiscalmente è Carbonia con una pressione fiscale complessiva del 55,8%.

Venendo nel dettaglio della Sardegna, Sassari ha la peggiore performance con il 127° posto nella graduatoria nazionale dato da una pressione fiscale del 66,5% (+6,1% rispetto al 2011). Segue Olbia-Tempio al 107° posto con una pressione fiscale del 63,8% (+3 % rispetto al 2011), Cagliari all’91° con il 62,6% (+4% rispetto al 2011), Nuoro al 73° con una pressione fiscale del 60,7% (+3,1% rispetto al 2011), Oristano al 34° posto con una pressione fiscale del 58,7% (+1,1% rispetto al 2011), Iglesias al 16° posto con una pressione fiscale del 56,9% (-0,3% rispetto al 2011) e infine Carbonia all’8° posto con una pressione fiscale del 55,8% (-0,2% rispetto al 2011).

 
L’elaborazione finale dello studio della Cna focalizza infine la questione più importante di tutte: nel 2018, dopo aver pagato le tasse, quanto resterà alle imprese?In premessa bisogna dire che tutti i calcoli del Centro studi della Cna hanno preso come riferimento un’impresa manifatturiera, con un laboratorio di 350 metri quadri, un negozio di 175 metri quadri, 5 dipendenti, un fatturato di 430mila euro/anno e un reddito d’impresa di 50mila euro/anno.In generale ad un imprenditore italiano dopo aver pagato le tasse, degli originari cinquantamila rimarranno 19.332 euro (- 106 la variazione 2016-2017) con una decurtazione di 1.160 euro rispetto al 2011. Somma che salirebbe a 19.515 nel caso in cui il Comune di appartenenza riconoscesse la completa esclusione dalla Tari delle aree degli immobili destinate a produrre rifiuti speciali e salirebbe a 20.358 euro nel caso in cui l’impresa scegliesse di optare per l’IRI quale metodo di tassazione dei redditi d’impresa.Il risultato di questa elaborazione è ancora più drammatico per gli imprenditori sardi che subiranno anche quest’anno un vero e proprio salasso. La maglia nera, come detto, spetta a Sassari dove dopo aver pagato le tasse, degli originari cinquantamila rimarranno 16.754 euro (-55 la variazione 2016-2017) con una decurtazione di ben 3.036 euro rispetto al 2011. Somma che salirebbe a 17.543 nel caso in cui il Comune di Sassari riconoscesse la completa esclusione delle aree degli immobili destinate a produrre rifiuti speciali dalla Tari e a 17.688 euro nel caso in cui l’impresa scegliesse di optare per l’IRI quale metodo di tassazione dei redditi d’impresa. Ad Olbia rimarranno invece 18.108 euro (-133 euro la variazione 2016-2017) con una decurtazione di 1.469 euro rispetto al 2011. Anche in questo caso il residuo salirebbe a 18.368 nel caso in cui il Comune di Olbia riconoscesse la completa esclusione dalla Tari delle aree degli immobili destinate a produrre rifiuti speciali e a 19.301 euro nel caso in cui l’impresa scegliesse di optare per l’IRI quale metodo di tassazione dei redditi d’impresa. A Cagliari all’imprenditore o all’artigiano che avrà pagato fino all’ultimo euro al Fisco resteranno invece 18.719 euro (-248 euro la variazione 2016-2017) con una decurtazione di 1.978 euro rispetto al 2011 (le somme salirebbero a 18.913 e 20.044 nelle due ipotesi di variazione Tari e IRI). A Nuoro rimarranno 19.641 euro (-116 euro la variazione 2016-2017) con una decurtazione di 1.539 euro rispetto al 2011 (che salirebbero a 19.857 e 20.961 variando i conteggi di Tari e IRI). A Oristano resteranno 20.629 euro (-128 euro la variazione 2016-2017) con una decurtazione di 559 euro rispetto al 2011 (che salirebbero a 20.722 e 22.015 variando i conteggi di Tari e IRI). A Iglesias rimarranno 21.530 euro (-130 euro la variazione 2016-2017) con un aumento di 125 euro rispetto al 2011 (che salirebbero a 21.752 e 22.995 variando i conteggi di Tari e IRI). Infine ad un artigiano o imprenditore di Carbonia rimarranno 22.116 euro (-98 euro la variazione 2016-2017) con un aumento di 102 euro rispetto al 2011 (che salirebbero rispettivamente a 22.311 e 23.556 variando i conteggi di Tari e IRI).
“Le piccole imprese sarde continuano ad essere tra le più tartassate in Italia e debbano lavorare gran parte dell’anno per pagare l’Erario”, dichiarano Pierpaolo Piras e Francesco Porcu rispettivamente presidente e segretario regionale della CNA. “E’ giunto il momento di intervenire su un sistema fiscale evidentemente squilibrato per per un fisco più equo e sostenibile per gli artigiani e le piccole imprese. La crescita della pressione fiscale sulle piccole imprese non è però ineluttabile – proseguono Piras e Porcu -. Che cosa accadrebbe alla curva del Ttr, prevista in ascesa anche quest’anno se fossero attuate alcune proposte di riforma presentate dalla CNA? La curva s’impennerebbe all’ingiù. Proviamo alcune ipotesi. L’aumento della franchigia Irap dagli attuali 13mila euro a 30mila euro determinerebbe una riduzione del Ttr di 1,4 punti percentuali, portando il Ttr previsto per quest’anno dal 61,2% del 2017 al 60% contro il 61,4% a bocce ferme. Ancora più consistenti risulterebbero gli effetti delle riforme considerando l’adozione del regime Iri al 24%, già prevista proprio per il 2018, che porterebbe il Ttr al 59,2%. Ma a fare l’effettiva differenza sarebbe l’introduzione della totale deducibilità dell’Imu sui beni strumentali delle imprese: capannoni, laboratori, negozi. In questo caso il Ttr crollerebbe al 57,4%, quattro punti percentuali in meno rispetto al Ttr previsto dall’Osservatorio CNA per il 2018. Ma per fare bingo una piccola impresa dovrebbe ottenere l’applicazione contemporanea delle tre misure: il Ttr calerebbe al 53,5%”.
Queste, nel dettaglio, le proposte della Cna Sardegna per una riduzione effettiva della pressione fiscale per gli artigiani e le piccole imprese:
 

1)    ridurre la tassazione sul reddito delle imprese personali e sul lavoro autonomo, partendo dai redditi medio-bassi, utilizzando le risorse provenienti dalla “spending review” e dalla lotta all’evasione;

2)    rivedere la tassazione IRPEF delle imprese personali e degli autonomi, prevedendo delle riduzioni automatiche all’aumentare del reddito dichiarato rispetto al reddito “normale” che emerge dai nuovi Indicatori Sintetici di Affidabilità (ISA) (chi più è efficiente meno paga);

3)    rendere l’IMU pagata sugli immobili strumentali delle imprese completamente deducibile dal reddito d’impresa;

4)    prevedere il riporto delle perdite per le imprese che adottano il regime semplificato di determinazione del reddito secondo i criteri di cassa, già con riferimento alle perdite generate nel 2017;

5)    trasformare le detrazioni relative a spese per lavori edili in crediti d’imposta cedibili agli intermediari finanziari, modificando ed integrando i regimi di cessione attualmente in vigore;

6)    definire il concetto di insussistenza di autonoma organizzazione ai fini del non assoggettamento all’IRAP ed aumentare la franchigia IRAP ad almeno 30 mila euro;

7)    rivedere i criteri per l’attribuzione dei valori catastali degli immobili, al fine di allinearli periodicamente ai valori di mercato ad invarianza di gettito;

8)    agevolare il passaggio generazionale delle imprese individuali tramite la completa neutralità fiscale delle cessioni d’azienda, al pari di quanto previsto in caso di conferimenti;

9)    evitare di spostare sulle imprese gli oneri dei controlli attraverso un uso intelligente della fatturazione elettronica BtoB, eliminando nel più breve tempo possibile tutti i regimi Iva del “reverse charge” attualmente previsti, lo “split payment”, nonché la ritenuta dell’8%, applicata sui bonifici relativi a spese per cui sono riconosciute le detrazioni fiscali.

10) Introdurre la Flat tax. La Flat tax deve essere introdotta in modo progressivo e credibile secondo un piano che, sulla base delle risorse rese disponibili attraverso il recupero dell’evasione e la riduzione della spesa pubblica:

1)  preveda la riduzione delle aliquote IRPEF a partire da quelle più basse del 23% e del 27%;

2) elimini la discriminazione attuale operata dalle detrazioni da lavoro delle piccole imprese personali.

11)  Estendere il regime forfetario. Il regime forfettario deve essere esteso a tutte le imprese individuali e professionisti con ricavi inferiori a 100mila euro. E’ sicuramente la via giusta. Una misura che coniuga una reale semplificazione fiscale insieme ad una forte riduzione della pressione fiscale per centinaia di migliaia di imprese.  Il regime forfetario nasce da una proposta della CNA che, purtroppo e con rammarico della CNA, ha visto una applicazione limitata alle sole imprese con ricavi compresi tra i 25 mila e 50 mila euro, per effetto dei vincoli comunitari, dal momento che il regime, tra l’altro, prevede l’esonero dall’applicazione dell’IVA.

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