Due chiacchiere con Federico Coni, il Baloccaio di Ales

di Daniela Piras
Tra gli artisti più originali ed eclettici che si possano trovare in Sardegna spicca, senza dubbio, Federico Coni, noto anche come “Maestrodascia”, progettista artigiano. Federico è laureato in Disegno Industriale-Ecodesign presso la facoltà di Architettura della Sapienza di Roma. La sua produzione creativa vede in primo piano i giocattoli in legno per l’infanzia. Ad Ales, il “Baloccaio” è un’istituzione. Ciò che colpisce subito osservando il suo laboratorio è l’originalità delle sue idee, di cui si può osservare il percorso di evoluzione: semplici pezzi di legno si trasformano man mano in autentici capolavori.

Federico, in una regione come la Sardegna, dove si assiste ad una massiccia emigrazione dei giovani, i quali non trovano un’occupazione stabile, tu sei riuscito a trasformare la sua passione in un lavoro. Raccontaci come lo hai reso possibile.
Fare l'artigiano al giorno d'oggi in Sardegna è più una vocazione, una missione, piuttosto che un lavoro. Fare l'artigiano dell'artistico è un sacrificio. Apparentemente dall'esterno sembra un lavoro facile, felice, gioioso, perché è quello che deve trasparire dal manufatto finito, ma dietro questo ci sono anni di studi, di sacrifici, di prove, di cui il cliente nemmeno si rende conto. I risultati minimamente apprezzabili arrivano col tempo. Ma spesso accade che “il tempo” sia troppo in avanti e chi prova poi alla fine rinuncia. Sia chiaro, non è un lavoro per tutti, perché i risultati sono lenti ma chi fa questo tipo di mestieri il rischio lo deve correre, anche perché la pappa pronta non te la dà nessuno, e se vuoi essere riconosciuto devi sgomitare per farti vedere. Non c'è sostegno da parte delle istituzioni al comparto dell'artistico, se non per fare un po' di coreografia o per usare a sproposito il nome dell'artigianato. Io ho reso possibile la trasformazione di una idea forte che avevo sin da quando ero piccolo grazie al fatto che la mia famiglia vanta tre generazioni di falegnami, se i miei “balocchi” sono in legno, è perché ho avuto la fortuna di poter sperimentare con materiali e attrezzature senza dover fare particolari sforzi, ma con un occhio vigile che comunque mi indirizzava a non commettere errori, ché le dita, una volta che passano per le lame, non ricrescono come la coda delle lucertole, e l'insegnamento non bisogna mai scordarlo!

Nella tua bottega si trovano Pinocchi, personaggi giudicali, fenicotteri, bronzetti nuragici e molto altro ancora. Il tema della Sardegna è predominante, o sbaglio? Che legame hai con la tua terra?
Il legame con la Sardegna per me è viscerale, ed è forse per questo che ho deciso di puntare sul restare “terroir”, anche se spesso mi viene da pensare “perché non me ne sono andato?”. Remare controcorrente in solitudine è veramente dura. Gli artigiani dell'artistico sono tutti molto egocentrici, a modo loro, e lavorando tutti separati sono anche molto in competizione. Le gelosie, le invidie, gli sgambetti, il prendersi visibilità grazie a vetrine pubbliche sono cose che mi hanno sempre dato fastidio nel mio comparto, ma c'è gente che vive bene solo se ha i riflettori puntati sopra. La mia sardità e la mia Sardegna nelle mie manifatture è presente in maniera gioiosa e colorata, un modo per far passare dei messaggi in forme non troppo legate agli stilemi della tradizione, cerco di innovarla e riproporla con un linguaggio quasi da cartoon, meno severo e più contemporaneo.

Che ruolo ha nell’economia sarda il settore dell’artigianato? Spesso alla parola artigianato si accostano parole come “recupero”, “tradizione”, “conservazione” e simili, penso ad esempio all’artigianato tessile e alle antiche tecniche di lavorazione di tappeti e di arazzi. In qualche modo pare che si debba cercare di scongiurarne la scomparsa. Le tue creazioni invece vengono esportate in tutto il mondo, e sono in continua evoluzione.
Il settore dell'artigianato artistico copre una fetta di mercato abbastanza contenuta, sarebbe potuto essere in espansione se proposto e divulgato in maniera sapiente. Invece anche qui il tasto è dolente: se entri in negozi che vendono artigianato sardo ci trovi di tutto, anche artigianato finto sardo prodotto in India, Tunisia, Turchia e Romania. Parlo di quell'artigianato che ricorda i manufatti degli anni Settanta sardi, che sanno un po' di esotico, rustico, fatti un po'alla carlona, insomma, le patacche da souvenir.
Pensando all’artigianato si deve innanzitutto essere consapevoli del fatto che non lo si può e non lo si deve trovare “a buon mercato”, perché non si dà valore al lavoro e perché per essere a buon mercato o è fatto male, o è fatto fuori, o non è artigianato. L'artigianato, quello serio, di qualità, non è un prodotto da Amazon, non può e non deve essere veloce, ma deve essere lento, e ben fatto: non sono due cose conciliabili con la rapidità e la voracità degli utenti della rete che devono essere ingozzati quotidianamente di una marea di immagini tanto da non ricordarsi di cosa hanno visto. Non dobbiamo dare le perle ai porci, per intenderci, ma questo i nostri politici non l'hanno capito, o non lo vogliono capire, non ci chiedono il nostro punto di vista anche se si riempiono la bocca di Artigianato, Turismo, Territorio.

Cosa pensi dell’accordo siglato dalla Regione Sardegna con Amazon per promuovere i prodotti dell’artigianato artistico e tradizionale?
Una cosa totalmente senza senso, pazzesca!  Io avevo condannato l'idea della Giunta Pigliaru che la presentava come una grossa opportunità per il comparto dell'artistico della Sardegna, e per non fare il bastian contrario sono stato tra i primissimi ad aderire, proprio per dire che avevo ragione. Infatti avevo pienamente ragione. Per promuovere l'artistico non serve Amazon: il nostro prodotto, le manifatture, hanno tempi lunghi di esecuzione, non si sta comprando un paio di scarpe da ginnastica o da passeggio, gli artigiani possono anche avere delle linee e dei cataloghi, ma la produzione nostra non è per quei canali. La Regione ha perso un'altra occasione d'oro per usare bene i pochi fondi a disposizione per la valorizzazione e promozione dell'artigianato artistico, così come in altre occasioni, affidando a degli addetti marketing o ad assessori completamente incompetenti se non dannosi un comparto così delicato, che tanto se un artigiano chiude bottega la chiude da solo, e fa meno rumore dei cassaintegrati dell'Alcoa con i loro elmetti a chiedere soldi gratis. Noi artigiani possiamo morire in silenzio.



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