Il teatro di Michele Vargiu, attore sassarese

di Daniela Piras
Continuiamo la nostra ricerca per conoscere meglio gli artisti più particolari della nostra regione. Oggi vi parliamo di Michele Vargiu: attore, nato a Sassari nel 1985 e diplomato alla Scuola Internazione del Teatro Arsenale di Milano nel 2008; fondatore della Compagnia Teatro Tabasco che gira tutta l’Italia portando in scena la propria attività teatrale; vice presidente della Compagnia raumTraum, che si occupa di produzione teatrale, con sede a Trento, socio di Spazio-T Centro Teatrale, centro di produzione e formazione teatrale con sede ad Alghero e di ArtsTribu, associazione culturale con sede a Sassari. Chiediamo a Michele di raccontarci un po’ di sé e del mondo teatrale.

Michele, tu hai alle spalle diversi spettacoli e altrettanti monologhi. Il tuo lavoro si concentra sul “teatro di narrazione”. Ci puoi spiegare cosa caratterizza questo tipo di recita?
Il Teatro di Narrazione è un tipo di teatro di estrazione estremamente popolare, che si basa essenzialmente sulle capacità affabulatorie dell’attore e sulla qualità e le suggestioni della storia che racconta. È una forma di teatro fra le più antiche, anche se nel tempo ha subito tante trasformazioni nella forma e nei linguaggi; grazie alla sua struttura semplice si presta ad essere rappresentata ovunque, anche in spazi non prettamente teatrali e non necessita, per poter “funzionare”, di scenografie o altri artifizi: gli unici ingredienti sono una storia, un attore possibilmente capace che le dia vita e un pubblico che la ascolti.

Alcuni tuoi spettacoli, “RaccontinBilico” e “Liberi Tutti!" hanno come tema i migranti e l’immigrazione. Il tema è trattato in diverse forme, spesso assistiamo a dibattiti e a discussioni sui social in cui i “botta e risposta” sono continui. Da attore hai il privilegio di non avere un contradditorio, cosa ti ha portato a concentrarti su questo tema “spinoso” e da che angolazione lo affronti?
Ho sempre creduto che un’enorme importanza, quando si vuole raccontare una storia, vada attribuita al punto di vista con cui la si racconta; nel mio modo di scrivere e fare teatro ho affrontato spesso temi di grande attualità, dal lavoro precario, all’immigrazione, passando per il gioco d’azzardo patologico. Argomenti con i quali i media spesso ci “bombardano” eccessivamente, ottenendo l’ovvio risultato di farceli risultare indigesti e noiosi. Uno dei compiti di chi racconta storie a teatro è quello di raccontare la realtà in modo non convenzionale, facendo vedere le cose da un’altra angolazione, svelandone il lato che la quotidianità tende a mantenere più “in ombra”. Credo che una buona storia sia tale quando riesce a scavalcare gli stereotipi, a dribblare la retorica semplice e fine a se stessa e a far porre delle domande a chi la ascolta. Di questi tempi alcuni argomenti sono per certi versi “off limits”; tantissime persone  sui social vomitano odio e frasi fatte con una sicumera tanto ridicola quanto preoccupante; spazzare via di netto certi preconcetti è puramente utopistico, ma riuscire anche solo ad instillare un dubbio, a far porre una domanda, a mostrare ad uno sguardo chiuso una nuova possibilità, un nuovo punto di vista e di riflessione penso possa essere un grande punto di partenza per cominciare un dialogo costruttivo. Pur amando molte delle dinamiche dei social sto alla larga da certe querelles internettiane: il mio contraddittorio è negli occhi del pubblico e capisco dal loro sguardo quando ciò che sto dicendo è da loro condiviso o meno! Fa parte del “gioco” del teatro: non sempre si deve necessariamente essere piacevoli.

Osservando il tuo profilo su Facebook è evidente la tua vena ironica. Tu porti in scena anche monologhi basati sull’ironia. Da cosa prendi ispirazione? Charles Bukowski diceva che “La gente è il più grande spettacolo del mondo. E non si paga il biglietto”. Credi che sia vero? Cosa porti in scena di ciò che osservi nella tua quotidianità?
L’ironia mi salva, regolarmente. È un “filtro” che applico alla vita costantemente da sempre, in modo naturale. Amo soprattutto utilizzarla per parlare di argomenti che di ironico hanno ben poco, come fosse un antidolorifico, un antidoto per lenire i dolori del quotidiano. Sono assolutamente d’accordo con Bukowski quando afferma che “la gente è il più grande spettacolo del mondo”. Ricordo uno dei consigli, uno dei tanti, che ho ricevuto da Marina Spreafico, una delle mie Maestre di teatro: «Esci, sali sul tram, vai al mercato, all’ufficio postale, al parco, per strada, in piazza e ascolta, guarda la gente: tutto il teatro che si può fare al mondo è lì».
In tutto ciò che ho scritto e rappresentato finora c’è moltissimo di quello che ho visto, incontrato e “toccato” nel mondo: gli input vengono poi rielaborati e prendono varie forme che dal foglio di carta diventano in tre dimensioni sul palcoscenico, assumendo le sembianze di battute, dialoghi, movenze e personaggi: una forma teatralizzata del quotidiano.

Ti hanno mai definito “giovane attore”? E, se sì, cosa pensi di quest’affermazione così diffusa per descrivere un artista di questi tempi in cui chiunque intraprenda una strada non comune e dall’impronta creativa o culturale viene spesso definito “coraggioso e giovane”?
Tantissime volte, anche se ora che ho gli anni di Cristo, e lo dico con un po’ di terrore, sembrerebbero avere smesso. Eppure io mi sento ancora giovanissimo!  Scherzi a parte, in Italia abbiamo questa curiosa tendenza nel definire “giovane” chiunque sia al di sotto dei 45 anni, mentre nel resto del mondo si smette di essere considerati tali da molto prima. L’Italia è un paese in cui a 40 anni si è giovani e inesperti, a 50 si è dei validi esordienti e a 65 si è dei promettenti pensionati! Faccio parte di una generazione che a detta di molti è, per tanti aspetti, rimasta “fregata” da quest’epoca: siamo una generazione incerta, mangiata da un sistema instabile, super specializzata ma incapace di imporsi come le precedenti. Lavorare in campo teatrale e artistico richiede coraggio? Sì, certamente; è un lavoro faticoso, incerto e per definizione precario, altalenante, fatto di grandi alti e bassi. Ma è un lavoro e come tale va affrontato e considerato: un artista non è un tizio stravagante che ha deciso di divertirsi mentre gli altri lavorano, ma un professionista che studia costantemente e che fatica per portare avanti una sua ricerca, una sua poetica.
Ci vuole coraggio, sì. Ma di questi tempi, ci vuole coraggio per tutto.


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