I’inquietante mondo della grafica di Andrea Pes

di Daniela Piras
Ciò che salta all’occhio, visitando il sito di Andrea Pes, artista grafico, è che si viene subito colti da una serie di sensazioni forti. Abbandono, decadenza, bianco e nero, solitudine, rassegnazione, crudeltà, morte, humor nero, questi alcuni dei temi trattati.
Le sue illustrazioni ci rimandano subito l’immagine di una realtà tutt’altro che rosea, una realtà che pare arrivare dritta dritta da un mondo sommerso e oscuro.

Andrea, ci racconti un po’ di te?
Sono un tipo pieno di contraddizioni ma se continuerete a leggere quest'intervista sino alla fine sono certo che un'idea ve la farete di certo.
Dalla tua biografia ufficiale risulta determinante, nella tua carriera, un manuale di medicina legale. Che ruolo ha avuto?
Erano gli anni dello IED, quelli in cui Internet era ancora lontano dal divenire l'enorme finestra sul mondo che è oggi e soprattutto gli anni di un ventenne in piena crisi artistica, alla ricerca di una propria identità. Avevo delle necessità che non riuscivo ancora a decifrare e ricordo che il quinto volume dell'enciclopedia della paura (volumetto allegato allo speciale del fumetto Dylan Dog) mi indicò una via da battere.
Il volumetto era dedicato alla letteratura horror dall'A alla Zeta e se si scorrono le pagine sino alla lettera S, tra i vari lemmi, sotto la voce Splatterpunk ci sono delle righe che sottolineai nel '91:
«(...) il fine ultimo è lo shock, e per ottenerlo non si risparmiano le descrizioni più minuziose e iperrealistiche di atti di violenza (accanto alla macchina da scrivere degli autori di “splatterpunk” c'è probabilmente un buon testo di medicina legale.)»
Bastò questo. Quando ebbi risparmiato abbastanza, acquistai in una libreria universitaria la dodicesima edizione del testo di Medicina legale e delle assicurazioni Canuto-Tovo, ricchissimo di fotografie disturbanti ma dalle quali non riuscivo a distogliere gli occhi per avida curiosità.
Cominciai così a disegnare morti al posto dei vivi e all'esame di disegno dal vero, con il grande Dariush Rapdour, presi 28/30, nonostante il suo sbigottimento iniziale. Fu una valutazione altamente professionale che non discriminò il mio modo di vedere le cose (come, ahimè, troppo spesso avveniva in quella scuola) ma si concentrava sul risultato: l'anatomia di un morto dopo tutto non è poi tanto diversa da quella di un vivo.
E così iniziò tutto.

Nelle tue illustrazioni appare un elemento ricorrente, e alquanto inquietante: la mosca. Cosa rappresenta per te?
Beh, la mosca è il mio segno distintivo: rappresenta la mia identità visiva.
Ho avuto la fortuna di crescere, scoprire e studiare diversi soggetti delle arti visive in un percorso quasi parallelo: grafica, illustrazione, incisione, fotografia, disegno... che hanno certamente influenzato il mio stile ma che, ad un certo punto della mia vita, mi hanno anche suggerito la necessità di racchiudere tutto me stesso in un marchio riconoscibile.
Sono un appassionato di simbologia, mi piace interpretare le opere pittoriche nei musei e giocare a confrontare la mia versione con quella ufficiale. La mosca dei bestiari medioevali, ad esempio, cerca i cadaveri e il marciume e provoca epidemie; è un parassita, molto spesso è legata a figure diaboliche, soprattutto quella di Belzebù, definito appunto “dio dello sterco e delle mosche”. Fa sovente capolino nelle opere macabre della pittura cristiana della controriforma, nell'ambito della natura morta e simboleggia la corruttibilità della materia. Ecco, per me la mosca è tutto questo e tanto altro: animale guida inutile fuori dai canoni.

Nella tua biografia troviamo scritto che, oltre a fare il grafico, esprimi la tua creatività anche con la realizzazione di foto in bianco e nero, tatuaggi e scritti che definisci “storie malate”. Raccontaci qualcosa di questi lavori.
La biografia, a dirla tutta, è un pochino stantia: diciamo che mi annoio facilmente e sono sempre alla ricerca di endorfine artistiche che mi provochino del benessere psicofisico... queste son tutte esperienze che oggi ho (temporaneamente) accantonato per vari motivi.
In passato ho condiviso un pezzo di vita con la macchina fotografica analogica e ci fu anche un tempo in cui sviluppavo i negativi e li stampavo in una minuscola camera oscura ricavata nel mio bagno. Ho tatuato in tempi non sospetti e mi sarebbe piaciuto tanto continuare... ho ancora le mie due macchinette rinchiuse in un cassetto: alle volte gli do corrente solo per sentirne il suono. E sì, mi piace tanto scrivere, anche se lo reputo un esercizio così logorante da svuotarmi l'anima.
Un po' di tempo fa creai il progetto Flebili fiabe di bile una collana di brevi racconti illustrati la cui interpretazione era affidata a jam session di artisti diversi che non si conoscevano.
Giocavo a fare l'editore, rivestendo tutti i ruoli della filiera: dal correttore di bozze al curatore editoriale, dal grafico al promotore, dal pubblicitario al tipografo... e spesso sono stato sia illustratore che scrittore.
Mi spedivano dei racconti brevi e, se questi meritavano, mi prodigavo di contattare un illustratore che riceveva a sua volta il file e costruiva le illustrazioni liberamente interpretando le sue emozioni derivate dallo scritto. In tutto questo nessuno conosceva nessuno, nessuno ci guadagnava niente e nessuno sapeva cosa stesse facendo: improvvisava. Il termine jam session rende benissimo l'idea del progetto che poi è crollato come un castello di carte perché probabilmente aveva fatto il suo tempo.
Oggi son ritornato all'incisione e all'antica arte della stampa: mi occupo soprattutto della stampa in rilievo come xilografia e linoleografia. Da quasi un anno ho ripreso in mano i miei vecchi strumenti, ho rispolverato il mio torchio calcografico e piano piano sto cercando di adattare a questa tecnica diversi progetti che avevano bisogno di nuova linfa.
È nata così la mia stamperia d'arte indipendente a bassa tecnologia che cerca di fare grafica come si faceva nel 1400: utilizzando cioè matrici incise manualmente e che poi, una volta inchiostrate, funzionano come dei timbri, apponendo la loro impronta su un qualsiasi supporto piano tramite torchio calcografico.
L'idea di base è quella di creare dei prodotti unici e di qualità accantonando i computer e la stampa industriale per ritornare indietro, alla manualità e all'arte antica della tradizione, creando piccole tirature numerate di altissimo pregio. Il primo spin-off è matrici lignee  con il quale fare comunicazione, soprattutto ad aziende o a privati che desiderino un'immagine unica e non convenzionale; il secondo spin-off sono invece le DEDSHIRTs, una linea di magliette che ho ideato nel 2009 che inizialmente stampavo in serigrafia e che da un anno a questa parte è stata anch'essa convertita alla bassa tecnologia con risultati sorprendenti.
Infine, quando posso, utilizzo gli stencil e la vernice spray su qualche muro: penso sia il proseguimento perfetto per il mio stile da grafico minimale e mi diverte sempre.









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