«Del teatro ho fatto la mia vita». Intervista a Federica Seddaiu

di Daniela Piras
In mezzo a tanti che scelgono di tentare la fortuna, o semplicemente di trovare un lavoro, fuori dalla Sardegna, c’è anche chi decide di creare qui la sua vita, con relativa carriera.
Oggi vogliamo raccontarvi la storia di Federica Seddaiu, attrice trasferitasi da qualche anno in Sardegna dal Lazio.

Federica, tu sei un’attrice, arrivi da Roma e hai deciso di trasferirti in Sardegna, nel Mejlogu. Qualcuno direbbe che hai fatto il percorso inverso! Raccontaci un po’, in sintesi, la tua storia.
Io ho origini sarde, mio nonno paterno, si può evincere dal cognome, era sardo, quindi sono sempre venuta qui per le vacanze, non solo, sono cresciuta con un forte sentimento di appartenenza culturale. In breve, mi hanno invitata a un matrimonio ed ho conosciuto l’uomo della mia vita, da quel momento ho iniziato a fare avanti e indietro. In questi viaggi ho iniziato a rendermi conto del fatto che stare qui in Sardegna mi faceva stare meglio, non solo perché c’era il mio uomo, ma anche perché la vita era più naturale, più spontanea, meno stressante. Ho iniziato a soffrire il rientro nella mia città, ho iniziato a fare confronti e mi sono resa conto che, a trentatré anni volevo vivere la mia vita diversamente. A quel punto mi sono trasferita. Del teatro ho fatto la mia vita, mi sono formata all’Accademia nazionale d’arte drammatica Silvio D’Amico, faccio l’attrice di professione e quindi mi sono messa subito a insegnare teatro, con risultati inaspettati devo dire. Qualcuno era scettico sulla riuscita ma alla fine ho avuto la meglio. La mia parte sarda testarda si è fatta valere e nonostante le difficoltà non ho mollato. A differenza di quello che si potrebbe pensare, a dispetto del fatto che tutti mi domandino come ho fatto a lasciare Roma, posso dire (dopo 3 anni) che vivere qui è complesso ma meraviglioso e non mi sono pentita mai, nemmeno per un secondo della scelta che ho fatto.

Cosa hai trovato in Sardegna? Cosa pensi occorra fare per poter contribuire a riscattare (almeno culturalmente) questa terra e dare una prospettiva positiva ai tanti giovani che non vedono altra strada che l’immigrazione?
Quello che ho trovato è intricato. Nel senso che, come tutte le esperienze, ci sono lati positivi e negativi. Dopo tre anni e un buon grado di osservazione posso dirti che il sardo si vergogna molto e spesso non si fida di chi ha di fronte, ma, quando prende il via, ti dà il cuore. Ho conosciuto, nel mio percorso di insegnante, dei veri “insospettabili”, donne silenziose che in scena diventano delle macchine comiche straordinarie. Persone che, superate le remore iniziali (il mio metodo di insegnamento è molto fisico e il contatto fisico a volte qui è difficoltoso) mi hanno regalato dei momenti di pura poesia. Diciamo che una premessa fondamentale è che io non insegno per fare in modo che la gente diventi attore/attrice di professione. Io insegno teatro per permettere alle persone di scoprire un momento in cui trovare se stessi, un luogo dove incontrare dei testi che altrimenti non leggerebbero, un luogo di confronto e arricchimento umano e culturale. Insieme al divertimento è questo che si trova nei miei corsi. Penso che molti ragazzi non siano consapevoli della ricchezza e  bellezza in cui vivono immersi. Spesso sento dire “qui non c’è nulla”, comprendo che la percezione può essere questa ma la realtà è che dove non c’è nulla si può creare. L’incontro con la cultura agevola questa creazione. Credo in questo, nell’ingegno dei sardi, nella loro passione e amore per la loro terra, credo nella loro intelligenza, nella grande generosità che dimostrano quotidianamente. Penso che per dare una prospettiva a questa terra ci vorrebbe un po’ più di apertura, di contaminazione. Bisogna aprirsi a chi viene da fuori e non spaventarsi della diversità perché è proprio dalla diversità che nasce la bellezza. Apertura e ascolto. Vero che mancano i soldi, vero che ci sono delle difficoltà oggettive ma se ci si ascolta, se si riesce a fare rete (cosa non facile di questi tempi) se ci si apre a chi ha esperienze diverse da noi e in questa apertura si rispettano le competenze e la preparazione, se si premia la professionalità, se si è onesti e sinceri, ecco su queste basi penso si possa veramente fare tutto.

Qual è la differenza maggiore che hai trovato dal mondo del teatro romano (e della penisola in generale) a quello sardo, della provincia?
Il mondo del teatro romano e il mondo del teatro in generale è un grande universo variegato che, sono sincera, ad oggi non ho ancora compreso in pieno. Grandi differenze no, non ce ne sono. Come dappertutto c’è l’amatore e il professionista. Qui penso di aver visto lo spettacolo più bello della mia vita, il “Macbettu ” di Sardegna teatro. In questi anni ho incontrato tanti attori e attrici e associazioni che lavorano in questo ambito. Eroi, se posso dirlo, che si battono per arricchire culturalmente il territorio in cui vivono, cercando di proporre una offerta culturale che vada anche oltre il sacro folklore, che cercano di portare professionalità e confronto anche da fuori e di valorizzare gli artisti locali. Persone che sono magari andate fuori per formarsi in scuole nazionali e poi sono rientrati per lavorare nella loro città. Perché amano la loro città e il loro territorio. C’è un grande fermento, l’unica cosa che mi fa un po’ riflettere è che non è facile unire tutti questi lupi solitari, non mi sembra facile unire i professionisti sotto un unico spettacolo a meno che non sia una grande produzione a farlo. Il classico “chentu concas chentu berrittas”. Mi sembra che ognuno si sia creato il suo spazio e che non gli sia facile poi, aprirlo anche ai colleghi. Non tutti per fortuna, ma per molti è così.

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