Perché abbiamo bisogno di cultura e bellezza. Due chiacchiere con Mauro Porcu

di Daniela Piras
Nel centro storico della cittadina di Alghero, a pochi metri dalla cattedrale di Santa Maria, si trova il Museo Casa Manno, dedicato alla figura del celebre Giuseppe Manno, magistrato, politico e storico algherese.
Un museo, nell’immaginario collettivo, è spesso luogo immaginato come “immobile” nel tempo, dove si può visionare la storia, l’arte, i documenti di epoche passate, in un’immersione nella “cultura” nel senso più classico del termine. Ma non sempre è così. Oggi vogliamo raccontarvi il museo Casa Manno, di com’è nel 2018, diretto da Mauro Porcu. Mauro, nato a Macomer nel 1974 è batterista e giornalista pubblicista, collaboratore in passato per riviste musicali specializzate. È inoltre autore del libro “Metronomicon. Da John Bonham a Vinnie Paul, storie di batteristi che hanno scolpito il groove a propria immagine e somiglianza” (Tempesta Editore). Ricopre inoltre la carica di segretario operativo e tesoriere della Società Dante Alighieri, Comitato di Alghero.

Mauro, cosa significa dirigere un museo come Casa Manno, oggi?
Dirigere Casa Manno è, oltre che una splendida responsabilità, innanzitutto un privilegio. Lo sforzo congiunto compiuto dal Comune di Alghero e dalla Fondazione di Ricerca Giuseppe Siotto, sia in termini di progettazione e costruzione della struttura che per quanto riguarda l’acquisto dei reperti esposti e la cura dell’allestimento, ha dato come risultato un autentico gioiello. E prendermene cura sotto ogni aspetto è davvero un privilegio. Casa Manno è un museo ottocentesco moderno e multimediale, con un’allestimento da grande città d’arte e di cultura, del quale Alghero e la Sardegna possono andare orgogliose. Io trovo che il Manno sia sostanzialmente una doppia sfida vinta, perché un conto è dedicare un museo risorgimentale a personaggi “di prima grandezza” come Cavour, o come Garibaldi con la sua aura da condottiero che si racconta quasi da sola, tutt’altro discorso è invece dedicare un museo a un intellettuale e politico attivissimo ma pur sempre, in un certo qual modo, defilato. Grazie al lavoro imponente sulle fonti e i materiali compiuto del comitato scientifico presieduto dal professor Aldo Accardo, e al contributo straordinario della Dottoressa Elena Marelli che ha studiato nel dettaglio il percorso espositivo, il museo riesce a raccontare compiutamente Giuseppe Manno non solo in tutte le sue incarnazioni professionali (il politico, lo storico, il giurista e alto magistrato, il filologo corrispondente dell’Accademia della Crusca, il musicofilo e via discorrendo) ma anche nel privato. Una sala del museo è dedicata infatti a sua moglie Tarsilla e contiene non solo alcune lettere originali in italiano e francese estrapolate dallo scambio epistolare della coppia, ma anche una collezione di dipinti e silhouette da lei realizzate. La signorina Calandra, futura signora Manno, era infatti una donna dalla spiccata sensibilità artistica, autrice tra l’altro della silhouette del Manno che, da quando sono entrato in carica come Direttore, è diventata il nuovo logo del museo. E qui vorrei spendere due parole di stima e ringraziamento per Alessandro Congiu e il suo Threequarts Studio: è lui l’autore delle locandine degli eventi organizzarti al museo, oltre che di tutte le grafiche rinnovate. Il suo tocco di classe è stato un ulteriore valore aggiunto, determinante per l’immagine elegante e moderna che il museo tiene a comunicare.

Nel corso degli ultime due stagioni, al Manno si sono susseguiti tanti eventi: mostre, presentazioni di libri, convegni, conferenze sul cinema, addirittura concerti. Insomma appuntamenti non consueti per un classico “museo”. Come è nata l’idea? Hai avuto difficoltà nel realizzarla?
Organizzare eventi collaterali di alto livello è sempre stato uno dei miei obbiettivi dichiarati. Lo scopo è anche quello di invogliare chi abbia già visitato il Manno a tornare a frequentare il museo in occasione di presentazioni di libri, conferenze, concerti, mostre fotografiche e d’arte moderna. E, ovviamente, indurre chi magari non sia interessato al Risorgimento in generale e a Giuseppe Manno in particolare a venirci a trovare per fruire di una proposta culturale gratuita (come la quasi totalità delle nostre iniziative), scoprire il museo e poi ritornare per una visita guidata. Io voglio che il museo sia ben vissuto dalla cittadinanza, oltre che dai turisti che hanno sempre manifestato interesse ed entusiasmo. Il ventaglio di proposte culturali è stato ampio e variegato: abbiamo ospitato sette conferenze sulla batteria rock, cinque mostre di arte con la rassegna Casa Manno per il Contemporaneo curata dall’insostituibile Mariolina Cosseddu, concerti e presentazioni di dischi dal rock elettronico al barocco (Dorian Gray, Herbert Stencil e ArtiCoolAzione), un incontro sul cinema dei fratelli Coen curato da me e uno sull’evocazione pittorica del Settecento Europeo in Barry Lyndon di Stanley Kubrick tenuto dalla storica dell'arte Michela Pibiri, un excursus epistemologico sulla psichiatria e il metodo scientifico intitolato “La solitudine del dottor Semmelweis”mirabilmente realizzato dal Dottor Andrea Murru; non possono ovviamente mancare le presentazioni di libri, a maggior ragione non in questo periodo di spaventosa regressione culturale con tassi mortificanti di analfabetismo funzionale, di ritorno e scientifico: Casa Manno ha “tenuto a battesimo” la neonata ma già agguerrita Catartica Edizioni e il suo "Fiabe dei Fratelli Grimm, apologhi, racconti torinesi e racconti di Ghilarza e del carcere" di Antonio Gramsci, ma anche "Nevralgie affettive" di Anna Steri – una magistrale raccolta di poesie che avrebbe poi vinto il prestigioso Premio letterario internazionale Alda Merini -  e "Crazy for Football", libro e documentario di Francesco Trento, solo per citare alcuni titoli. In occasione dei vent'anni di partenariato culturale tra Land Salzburg (Austria) e Sardegna, abbiamo messo a disposizione le sale Busti e Multimediale per ospitare una parte della miscellanea multimediale della rassegna Austriamentis 2017, progetto con la direzione artistica di Valentina Piredda e, in collaborazione con GUS (Gruppo Umana Solidarietà) di Alghero, il museo ha partecipato alla Giornata mondiale del rifugiato e alla Giornata Internazionale per i diritti dei migranti con visite guidate e cineforum a tema rivolti ai beneficiari del progetto SPRAR "JUNTS". Uno dei miei sogni, inoltre, è quello di mettere Casa Manno sulla mappa nazionale dei Darwin Day e portare ad Alghero alcuni dei nostri migliori intellettuali e divulgatori scientifici – come Telmo Pievani, Guido Barbujani e Francesco Cavalli Sforza, solo per citare tre fuoriclasse assoluti – per parlare di evoluzionismo, genetica, razionalità e metodo scientifico, per spiegarci come eravamo, cosa siamo diventati e cosa il futuro potrebbe riservare alla nostra specie. E soprattutto per abbattere molte barriere mentali e pregiudizi. Credo che Giuseppe Manno, che è stato prima di tutto un produttore e organizzatore di cultura, avrebbe apprezzato il nostro proposito di creare rete e fermento culturale a trecentosessanta gradi. Anche perché credo che ora più che mai la nostra società abbia bisogno di stimoli di qualità e cultura. E qui veniamo alla parte più complicata, che è legata principalmente alla difficoltà di reperire le risorse necessarie per mettere in pratica idee e progetti. Tempo fa un sedicente ministro del Tesoro ha fatto filtrare un messaggio devastante: «Di cultura non si vive», concludendo la brillante analisi con «vado alla buvette a farmi un panino alla cultura e comincio dalla Divina Commedia», a dimostrazione del fatto che si trattava anche di un disastroso umorista. A parte che se noi prendessimo spunto dagli esempi virtuosi provenienti dagli Stati Uniti, smettendo magari di replicarne qui in piccolo le cose peggiori, sapremmo che nella New York messa in ginocchio dall’esplosione della bolla dei mutui sub prime – che poi avrebbe travolto il mondo come uno tsunami economico – il polo culturale è stato uno dei pochi settori a reggere e a creare indotto e quindi ricchezza nella città. Questo modo di vedere le cose, però, si è diffuso e la cultura è diventata sempre più una voce da sforbiciare in bilancio. La domanda è: possiamo davvero permettercelo? Al di là di tutte le rassicurazioni di comodo sull’entità del nostro patrimonio nazionale – con cifre e percentuali spesso errate, come racconta con lucida precisione il professor Salvatore Settis – troppe volte sottoutilizzato e mal gestito, sul quale abbiamo forse vissuto un po’ troppo di rendita... siamo davvero sicuri che sul medio/lungo periodo sia una strategia vincente? In un Paese peraltro in cui gli studenti delle superiori faticano a sintetizzare il contenuto di un testo se questo supera la venti righe? Siamo in presenza di una regressione culturale spaventosa e si vede da come votiamo, guidiamo, interagiamo tra noi e soprattutto con quelli che consideriamo “altri” da noi; dall’oscurantismo antiscientifico e complottista dilagante in un mondo peraltro sempre più complesso che implica strumenti sempre più raffinati per essere compreso; da quanto siamo diventati bersaglio facile di sedicenti santoni, demagoghi e cialtroni di ogni ordine e tipo. Qui in Sardegna possiamo vantare eventi come L’Isola delle Storie di Gavoi, Berchidda Jazz, Marina Cafè Noir, il festival della legalità Conta e cammina organizzato dal Centro Servizi Culturali di Macomer, e sono giusto quattro esempi virtuosi tra i tanti che meritano di essere supportati per continuare a diffondere cultura e bellezza. Perché ne abbiamo bisogno, in dosi massicce, e nel nostro piccolo siamo più che felici di fare qualche salto mortale per dare il nostro contributo. Casa Manno, tra le altre cose in cantiere, sarà presto anche la sede del Comitato Algherese della prestigiosa Società Dante Alighieri, un’istituzione per quanto riguarda la promozione e la valorizzazione della lingua e della cultura. Inoltre è sempre molto attiva la collaborazione con le Officine di Cagliari. Altri stimoli, tutta energia positiva che entrerà in circolo.

Cosa pensi si possa migliorare, ad Alghero ma non solo, dal punto di vista dell’offerta culturale e turistica?
Questa è una domanda,per me, complicata e cercherò di spiegarmi bene. Io penso che la Sardegna sia una terra ancora ricchissima di potenzialità inespresse o non pienamente sfruttate. Abbiamo delle risorse che si “vendono”e pubblicizzano praticamente da sole, come ad esempio le nostre spiagge e il nostro mare: sotto questo punto di vista siamo dei privilegiati e, anche se avessimo una scimmia urlatrice a occuparsi del marketing e della promozione dell’isola, verrebbero comunque da tutto il mondo per continuare a goderne. Inoltre ho come l’impressione che per troppo tempo ci siamo cantati e suonati tra noi che siamo i più cordiali, i più accoglienti, i più calorosi e simpatici, i migliori sotto tutti i punti di vista e che abbiamo finito per crederlo davvero, senza più metterlo in discussione. Io, da sardo, molto spesso ho dovuto sopportare scortesia e servizi scadenti praticamente ovunque. Inoltre non riusciamo a fare rete, a unire gli sforzi e spesso sembriamo quasi mal sopportare il successo delle iniziative altrui. Pensiamo per un attimo ai megaliti di Stonehenge: un mucchio di massi del neolitico messi in piedi,riposizionati e rinforzati con il calcestruzzo nella prima metà del Novecento, che richiamano quasi ottocentomila visitatori l’anno da tutto il mondo. Una miniera d’oro a cielo aperto. Qui abbiamo oltre settemila nuraghi, una testimonianza plurimillenaria impressionante, possibile che non si riesca a realizzare un percorso omogeneo, magari con biglietto cumulativo, che permetta di visitare almeno i più importanti? “Together we stand, divided we fall”, cantava Roger Waters: magari non crolliamo, però divisi sicuramente vivacchiamo. Ci sono delle eccellenze, beninteso, ma anche molta sciatteria e limiti strutturali. Come ad esempio una rete di trasporti pubblici assolutamente insufficiente, per noi autoctoni ma anche per i turisti che ci terrebbero a visitare una regione che, a volte, conoscono in alcuni dettagli meglio di noi. Non parliamo poi dello stato delle strade sarde, segnaletica compresa, per chi sbarca qui in macchina a prezzi peraltro folli. Fortunatamente i navigatori satellitari ci hanno messo una bella pezza. Sulla litoranea Bosa-Alghero, una delle strade più spettacolari del pianeta, cinquanta chilometri di bellezza mozzafiato, c’è una strettoia per dei lavori mai portati a termine in una pericolosissima curva cieca, DA ANNI. Per non parlare poi della capacità di accogliere, prendere una prenotazione o spiegare e raccontare le nostre ricchezze per lo meno anche in inglese: basterebbe così poco in fondo. Quando abitavo a Cagliari guardavo con tristezza gruppi di turisti da tutto il mondo sbarcare dalle grandi navi e vagare smarriti, di pomeriggio, in una città di saracinesche abbassate. Quello, perché molte cose sono fortunatamente migliorate nel frattempo, non era sicuramente degno di una regione a vocazione turistica. Diceva il poeta e rivoluzionario cubano José Martí che “fare è il miglior modo per dire”: ecco, a volte dovremmo autoincensarci di meno e fare di più e meglio, diversamente la nostra sarà sempre una terra di “conquista” per chi arriverà qui con idee nuove e capitali per colmare le nostre lacune. E sfruttare meglio non vuol dire cementificare le coste, ma valorizzare con intelligenza le risorse sterminate – non solo in termini di biodiversità – che abbiamo, per attrarre turisti lungo tutto l’anno e indurli a ritornare con piacere. Non solamente perché il mare, indipendentemente da noi, è oggettivamente spettacolare. Detto questo, e tornando ad Alghero, il suo centro storico è un gioiello, un autentico patrimonio dell’umanità, ha un polo museale ulteriormente arricchito dall’Archeologico e, sotto l’aspetto dell’offerta enogastronomica, artistica e culturale, la città si è distinta con mostre, festival cinematografici, letterari, musicali e di arte circense, eventi sportivi di portata internazionale come il Bnp World Team Cup Wheelchair, il campionato del mondo di tennis in carrozzina. Per non parlare della partenza del centocinquantesimo Giro d’Italia, una magnifica vetrina per la bellezza che la città può vantare con orgoglio. Lo dico con rispetto: non credo che Alghero avesse obbiettivamente la possibilità di contendere a Palermo il titolo di Capitale della Cultura 2018, ma aveva tutte le carte in regola almeno per competere ed è importantissimo che lo abbia fatto. Non abbiamo solo mare e spiagge, da offrire, ma tanto altro. Questa è la strada virtuosa da seguire.

Che riscontri hai avuto sulla tua gestione?
Se confronto l’affluenza di visitatori dall’inizio del mio mandato con i dati dell’APM (Associazione Nazionale Piccoli Musei, di cui Casa Manno fa parte) a livello nazionale, posso ritenermi abbastanza soddisfatto. Siamo ben oltre la media della quasi totalità degli affiliati, escluse le eccellenze come il Museo della Bora, o il Museo di Pellizza da Volpredo che possono comunque vantare un supporto, anche da parte della popolazione, nettamente superiore. Ci sono ancora molte cose da migliorare, ovviamente. Tantissimi algheresi non sanno ancora della nostra esistenza, alcuni ci hanno sentito nominare ma non saprebbero indicare la posizione del museo a chi fosse interessato a visitarci (capita purtroppo con troppi turisti italiani e non); anche per questo abbiamo preso contatto con il comandante del Corpo di Polizia locale, Guido Calzia che approfitto per salutare, allo scopo di studiare un sistema di segnaletica urbana purtroppo mai stato presente in città dall’anno dell’inaugurazione  –  e parliamo del 2012 – a oggi. Inoltre mi sono accorto con un po’ di stupore che alcuni abitanti del quartiere ci fanno dichiaratamente guerra, innescando un passaparola negativo: si sentono defraudati dal fatto che la vera casa natale di Giuseppe Manno, già pesantemente bombardata dagli alleati nel ’43 e ridotta a un rudere infestato dai ratti, sia stata abbattuta da una precedente amministrazione. Non tengono minimamente conto del fatto che la nuova struttura ha contribuito comunque a riqualificare la zona e si rifiutano di visitarci per partito preso. Mi spiace, anche perché se avessero investito anche solo un’ora del loro tempo, avrebbero scoperto un museo di cui andare orgogliosi. Giuseppe Manno, il cui nome viene storpiato spesso e volentieri in tante targhe delle strade a lui dedicate, è stato un intellettuale curioso e attivissimo, che in Sardegna forse paga ancora oggi lo scotto di essere stato molto legato al controverso Carlo Felice e alla corte Sabauda: un’etichetta sicuramente riduttiva. Noi cerchiamo di raccontarne compiutamente la parabola umana e professionale che, a prescindere da qualsiasi altra considerazione, è stata davvero straordinaria. Chi fosse interessato alle nostre attività può seguirci tramite il nostro sito www.casamanno.it, che offre anche la possibilità di effettuare un tour virtuale meravigliosamente realizzato dalla Spiva, e tramite le nostre pagine social su Facebook e Twitter. La cultura è nutriente, non ascoltate chi dice il contrario.







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