Le incisioni di Francisco Goya in mostra nel Castello dei Doria a Castelsardo

Uno scorcio del Castello (foto: SassariNotizie.com)
Uno scorcio del Castello (foto: SassariNotizie.com)
La Sala X del Castello dei Doria ospita la collezione completa dei “Capricci” di Francisco Goya. Una mostra di grande interesse culturale ed artistico. Dal 20 aprile al 21 giugno  vi sarà la possibilità di ammirare a Castelsardo la collezione completa delle 80 incisioni che compongono “I Capricci” di Francisco Goya,  opera fondamentale della produzione relativa al periodo illuminista dell'artista spagnolo. Fra le opere esposte il notissimo autoritratto e le celebri “Amore e morte” e “La bella maestra”.
La mostra, curata dal prof. Enrico Piras, esperto di queesta tecnica artistica ed apprezzato incisore egli stesso,  verrà inaugurata sabato 20 aprile alle ore 11.
Il Castello dei Doria si è caratterizzato in questi ultimi anni per aver ospitato mostre di grande qualità, alcune curate da Vittorio Sgarbi, per lo più dedicate ai grandi artisti sardi del novecento: da Giuseppe Biasi a Maria Lai, da Bernardino Palazzi a Costantino Nivola, dalle sorelle Coroneo a Mario Delitala, da Eugenio Tavolara a Francesco Ciusa, tanto per citarne alcuni.

Di seguito una presentazione della mostra del critico d’arte Maria Paola Dettori.

"Bizzarria, stravaganza, illusione, immagine fantastica e creativa al di fuori delle regole; è questo il significato della parola “capriccio” nel vocabolario delle Arti tra Cinque e Settecento. Niente a che vedere dunque con il senso odierno, rimasto a indicare, per lo più, piccole prepotenze di bambini. Allora evocava scenari illusori, fiabeschi, meravigliosi - capaci, cioè, di suscitare meraviglia -, ma anche oscuri, spaventosi, sovrannaturali: scene di stregoneria, rovine classiche sommerse dalla vegetazione, prigioni, capri e cani scheletrici. Il Capriccio è spesso eseguito come disegno o stampa, e ha opposta natura e intenzione a seconda degli artisti: apertamente pubblica e didascalica per alcuni - è il caso appunto di Goya -, privata e per una ristretta cerchia di amici e intenditori per altri (G.B. Tiepolo).
Francisco Goya y Lucientes (1746 – 1828) crea i suoi Capricci tra 1797 e ’98, mettendoli in vendita come album di 80 incisioni nel febbraio del 1799. Ha allora più di cinquant’anni; ha vissuto una vita avventurosa e ricca di soddisfazioni (ha migliorato la sua condizione sociale, ha viaggiato - è stato in Italia tra 1770 e 1771 -, è pittore del Re a Madrid), ma non priva di avvenimenti dolorosi: nel 1792 una malattia lo ha condotto in punto di morte, lasciandolo poi completamente sordo. La perdita dell’udito lo isola tristemente dal mondo esterno. Nel silenzio, nella mutezza del suono, accade però anche qualcos’altro: lo sguardo dell’artista, già penetrante, si acuisce ulteriormente, diviene capace di scandagliare con lucidità non solo ciò che lo circonda, ma anche l’interiorità e l’inconscio. È da questa “visione aumentata” che nascono i Capricci. La vendita della raccolta di incisioni è pubblicizzata sulla stampa, e l’annuncio che l’accompagna fornisce una chiara spiegazione: «L’autore, essendo persuaso del fatto che la censura degli errori e dei vizi umani (benché propria dell’Eloquenza e della Poesia) possa anche essere oggetto della Pittura, ha scelto come argomenti adatti alla sua opera, tra la moltitudine di stravaganze e falli comuni di ogni società civile, e tra i pregiudizi e menzogne popolari, autorizzati dalla consuetudine, dall’ignoranza o dall’interesse, quelli che ha ritenuto più idonei a fornir materia per il ridicolo e a esercitare allo stesso tempo la fantasia dell’artefice». Lo scopo dell’opera è dunque la critica degli errori e dei vizi umani, condotta però senza porre limiti alla libera fantasia dell’artista; pregiudizi e menzogne sono le credenze dovute all’ignoranza, fieramente combattute dagli illuministi, dei quali Goya fa parte. La serie di stampe è costituita da tre grandi gruppi: le immagini che hanno funzione di satira sociale e si contrappongono ai vizi e all’ignoranza; quelle che parlano della commedia sessuale, delle relazioni come scambio basato spesso solo su avidità e interesse; infine, il terzo gruppo, che tratta di stregoneria e superstizione. Per far questo, l’autore rappresenta l’immaginario e il volto dietro la maschera, tranne che nella prima stampa, che raffigura il suo Autoritratto; per il resto, egli propone un disvelamento, portando l’invisibile nel visibile, non limitandosi a mostrare all’osservatore il ridicolo del suo tempo, ma accompagnandolo, anche, in un viaggio nella psiche umana e nell’inconscio, e nel caos generato da pulsioni e passioni.
Di lì a qualche anno la dominazione francese sulla Spagna, e la violenza insensata della guerra, troveranno eco nella serie di stampe sui Disastri della guerra, questa volta tenuta per sé e pochi amici. Gli abissi e le contraddizioni di cui è capace l’animo umano torneranno nell’ultima grande impresa di Goya, le pitture nere, terribili immagini di divinità, demoni e morte che l’artista, anziano e reduce da una malattia che ancora una volta lo ha portato a un passo dal morire, dipingerà nella sua casa di campagna (1820-23). Poi andrà via, in un esilio non più solo interiore: lasciata Madrid per la Francia, continuerà a dipingere e sperimentare sempre. Ma non farà mai più ritorno in patria.
Maria Paola Dettori"



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