Ma chi sono oggi i cristiani?

Ospitiamo i pensieri di Don Franco Manunta che si interroga sulla natura dei cristiani di oggi e così, del cristianesimo, nella sua necessaria evoluzione per poter meglio rispondere alla realtà attuale

Quello che per secoli era stato dato per scontato, cioè che il Cristiano fosse il prototipo dell’uomo stesso, il suo modello, la sua realizzazione concreta, ora, dai giorni del Concilio Vaticano secondo, è stato messo in discussione, rifiutato, criticato, in un’epoca in cui la cristianità è considerata decadente e i credenti sono una minoranza. Nella società di cui facciamo parte si stanno dissolvendo certi modi su cui si sorreggeva nel passato la nostra identità cristiana. Infatti la sociologia riconosce che la nostra è una società senza padri. Nel passato la dipendenza dal padre era un archetipo che poteva essere realizzato all’interno di tutti i gruppi. Il capo era come il padre. Non solo anche il senso del peccato era un senso sociologico, psicologico, indipendente dal Vangelo. Tutto questo è crollato: il senso del peccato si è profondamente trasformato e non ha più bisogno dei vecchi riferimenti. Alcuni hanno ancora un’idea di Chiesa sicura di sé sul piano empirico, sicura di avere nella tradizione la risposta per tutti i problemi. La profonda e vitale testimonianza di Papa Francesco afferma che la Chiesa  non potrà essere “ Ecclesia docens” senza essere prima “ Ecclesia querens”. Perciò essa si farà sempre una Chiesa cercante, pellegrina e interrogante, perché l’identità cristiana non va ricercata su base settaria, non si è cristiani per esclusione o per negazione degli altri. Da qui la necessità di un cambiamento del nostro modo di stare in questo mondo. A questo proposito don Tonino Bello distingue quattro categorie di cristiani : quelli che ripiegano nello spazio intimistico, sentimentale, astratto, lontano dalle situazioni reali della gente, sono coloro che aspettano con inerzia ” l’altro mondo”, ma non fanno nulla perché si affermi un “mondo altro” sulla terra. La loro religione, il loro modo di vivere la fede, è tutto incentrato sulla “salvezza della propria anima”, disincarnato dalla storia concreta in cui ciascuno è chiamato a vivere, pauroso di contaminarsi a contatto con la realtà, almeno fino a quando non si tocchino i loro interessi e la loro bottega anche spirituale. Quelli che dispiegano un impegno esteriore, affannoso, appiattito, talvolta violento; sono quelli che hanno perso lungo la via ogni connotazione di identità cristiana, e si trovano a gestire solo una disarticolata ragnatela di proposizioni ideologiche, che dell’antica matrice hanno solo uno sbiaditissimo ricordo. Ma la religione serve loro per le battaglie a favore della tradizione, dei “valori cristiani” da opporre a “invasioni nemiche”. Quelli che spiegano i gesti ecclesiali di condivisione come depravazione populiste, gli accenni di solidarietà come devianze demagogiche, l’attenzione ai poveri come teorizzazioni di comodo: sono quelli che guardano con diffidenza ,come invasioni di campo, le sortite ecclesiali sugli spazi dove giustizia,pace e guerra si scontrano, e accusano di orizzontalismo i vari tentativi di impegno sociale al grido di ecco il “ cattocomunismo”. Quelli che impiegano nell’immensa fatica quotidiana ogni energia per vivere il “Vangelo con la vita”, come diceva don Mazzolari e  che hanno compreso che credere non è soltanto un modo nuovo di pensare, ma è un nuovo modo di vivere e di lottare.  Ma i “pastori” hanno preso coscienza di tutto questo?Per quale Chiesa dedicano la vita? Quella del Vaticano II o quella del Concilio di Trento? Per una comunità “serva della Parola” o “padrona delle coscienze” con un sogno di potere ormai impresentabile? Anche adulti convertiti che ritornano a riflettere sul ruolo che la religione può avere nella loro vita, si arroccano a volte su una visione statica, infantile, antiquata della fede, quella che addormenta e intorpidisce qualsiasi dinamismo e disponibilità a lasciarsi in quietare da essa. Molti preti hanno come strumento privilegiato per la loro pastorale il “moccolo”, cioè lo “smorza candele”, simbolo del voler impedire ogni ricerca, ogni sensibilità che esca fuori dal noto, dall’usato, dal tradizionale, dall’offerta dei prontuari e degli schemi già confezionati. Privilegiano le regole alle persone, di cui non riescono a percepire, spesso, lo stadio della loro ricerca spirituale, del loro bisogno di Dio, della loro disponibilità a credere fuori o in concorrenza con il già sentito, l’ovvio e il già visto. Essi contemplano la storia  a ritroso, perché il presente li spaventa e il futuro li disorienta:  sono un problema da evitare i separati, i divorziati e risposati ,gli omosessuali, i cercatori di Dio, invece di avere il coraggio di esporsi e di parlare a una Chiesa spesso impaurita, preoccupata e forse troppo chiusa, raccontare la vita com’è e non come dovrebbe essere.
  Come scrive, Cettina Militello, una donna attenta alla situazione attuale della Chiesa: ” noi seguitiamo a vivere la nostra vita come se i valori di riferimento fossero gli stessi della società cristiana delle generazioni passate. Seguitiamo a autocelebrarci, a fare delle nostre liturgie spettacoli. Seguitiamo a crogiolarci in bagni di folla che sono statisticamente irrilevanti. Seguitiamo a pensare a improbabili mutazioni di tendenza solo perché c’è un lievissimo incremento nelle vocazioni religiose. Seguitiamo a pensarci in termini di ambienti rassicuranti quali le parrocchie, associazioni, movimenti, magari investendo su questi ultimi, vista la loro carica presenzialista. Ci sentiamo appagati delle nostre chiese in apparenza, della nostra brava gente perché non ci mette in discussione, ma non ci rendiamo conto che rischiamo di restare fuori dal corso dalla storia”. L’urgenza del cambiare sta invece nel ritrovare un rapporto rinnovato con la coscienza, cioè con ciò che è dentro l’uomo, la sua interiorità, la sua libertà; con l’uomo nella sua ricorrente debolezza, cioè con una umanità che ha continuo bisogno di una nuova giustizia, di una nuova solidarietà, di una nuova pace; con la parola di Dio che non è mai statica ma dinamica e per sua natura sempre nuova.
 
Don Franco Manunta    (prete della  diocesi di Sassari)

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