Indagine della CNA sugli effetti del
Covid 19: uno tsunami sul sistema delle Pmi in Sardegna

L’emergenza Covid sta lasciando strascichi drammatici sul tessuto economico sardo. Il 65% degli artigiani sardi è estremamente preoccupato e soltanto una piccola percentuale (il 2,1%) guarda al futuro con un po’ di ottimismo. Le imprese sarde giudicano poco chiare e di difficile applicazione le misure di distanziamento sociale imposte dal Governo e reputano gli interventi a favore dell’economia insufficienti ad arginare la portata della crisi in corso. Nonostante le criticità, il mondo delle piccole e medie imprese sarde condivide comunque la scelta di una ripartenza graduale prevista dalla cosiddetta Fase 2 dell’emergenza. Solo l’8,7% avrebbe voluto ripartire immediatamente, anche a costo di una nuova ondata di contagi. Quasi la metà degli imprenditori (oltre il 47%) ritiene invece che si debba ripartire con gradualità e seguendo una programmazione comunicata preventivamente e con chiarezza.

E’ quanto emerge da un’indagine della Cna nazionale – effettuata tra il 20 e il 26 aprile scorsi su un campione complessivo di 14 mila imprese italiane – che ha registrato la partecipazione di 239 imprese sarde rappresentative dell’intero sistema dell’artigianato e delle micro e piccole imprese. I settori con maggior peso nell’isola sono stati quelli delle costruzioni (27,5%) e delle attività di produzione (16,9%). A testimonianza delle micro dimensioni delle nostre imprese, il 91% del campione intervistato ha meno di dieci addetti: il 57,32% ha tra uno e quattro addetti, mentre quasi un terzo (il 23,1%) non ha dipendenti e/o collaboratori.

L’indagine della Cna
Dall’indagine della Cna emerge che il 71,1% delle imprese isolane ha sospeso completamente l’attività dopo il 23 marzo mentre la restante quota ha potuto continuare ad operare o perché inclusa nel novero dei settori di “utilità essenziale” (22,3%), o perché ha fatto comunicazione al Prefetto (in questa fattispecie, pari 1,9%, rientrano le imprese che operano nelle filiere dei settori di utilità essenziale) o perché si è organizzata tramite le consegne a domicilio (4,7%).
Nella prima parte dell’indagine è stato chiesto agli imprenditori di valutare l’azione realizzata nei mesi passati dal Governo che ha riguardato sia il contenimento dell’emergenza sanitaria con la limitazione agli spostamenti personali e la chiusura delle attività economiche sia i provvedimenti a sostegno del sistema.

Giudizio sulle misure di contenimento dell’emergenza sanitaria. Le misure di limitazione degli spostamenti e di sospensione delle attività sono state giudicate necessarie dal 41,7% dei rispondenti ed efficaci dal 40,8%. In entrambi i casi i giudizi positivi superano quelli negativi di quasi venti punti a evidenza che secondo gli imprenditori il distanziamento sociale appare di fatto come la medicina necessaria più potente per contenere il virus. Secondo gli imprenditori isolani le misure di distanziamento sociale potevano però essere architettate meglio. In termini di chiarezza/comprensibilità e facilità di applicazione, infatti, i giudizi negativi superano quelli positivi.

Giudizio sulle misure a favore delle imprese e l’economia.  Gli artigiani sardi sono critici anche sulle modalità scelte dal governo per arginare il crescente disagio economico e sociale connesso alla chiusura dell’economia. In particolare, con i provvedimenti volti a favorire il mantenimento dell’occupazione nel periodo di lock down e a contrastare la carenza di liquidità (moratoria sui finanziamenti, credito agevolato, sospensione dei versamenti fiscali e contributivi).
In particolare, le micro e piccole imprese sarde hanno giudicato gli interventi a favore dell’economia non sufficienti per arginare la portata della crisi in corso. Infatti, questi vengono giudicati positivamente da poche imprese sarde per le parti riguardanti la moratoria sui finanziamenti (21,8%), la sospensione dei versamenti (28,9%) e gli ammortizzatori sociali (19,9%). Ancor meno apprezzate le misure sul credito per le quali la quota di giudizi positivi arriva ad appena 7 punti percentuali.

Gli ammortizzatori sociali
. Gli ammortizzatori sociali sono stati lo strumento utilizzato in maggior misura dalle imprese (72,4%), una impresa su due ha presentato domanda per ottenere credito aggiuntivo e il 35,1% ha chiesto la moratoria sui finanziamenti. Solo il 42,3% ha potuto avvalersi della sospensione dei versamenti fiscali e contributivi.
In particolare, la richiesta di ammortizzatori sociali ha riguardato complessivamente il 72,4% delle imprese con dipendenti (nel 59,5% per sospensione a zero ore) ed è risultata particolarmente accentuata nei settori manifatturieri nei quali il lock down ha comportato una brusca interruzione dell’attività: la moda (50,0%), la produzione (72,7%), il legno e arredo (86,4%), i servizi per la persona (100%). In tutti questi settori le richieste di sospensione a zero ore superano abbondantemente i cinquanta punti percentuali. Di contro, una richiesta di ammortizzatori sociali meno accentuata, ma comunque rilevante, è giunta dalle imprese che operano nei cosiddetti settori di “utilità essenziale” che hanno continuato ad operare (servizi alle imprese e trasporti/logistica). Da notare che nell’attesa che i lavoratori ricevessero la cassa integrazione il 14% delle aziende ha anticipato l’importo.

Le prospettive
Venendo alla Fase 2 iniziata lo scorso 4 maggio, il 50,8% delle imprese sarde ha dichiarato di essersi dotato dei dispositivi e delle misure imposte dal Governo per riprendere l’attività e prevenire rischi per dipendenti e clientela (distanziamento tra le persone, utilizzo di dispositivi di protezione individuale, misure di igienizzazione, controlli salute etc). Il 25,9% non sta ancora adeguando l’attività alle nuove disposizioni e la restante parte (il 23,4%) non sa esattamente come procedere.
Le imprese che si dichiarano più avanti nell’adozione delle misure di sicurezza, operano soprattutto nei settori che hanno subìto meno il lock down (alimentari e bevande, trasporto e logistica e servizi per le imprese). Più in ritardo quelle che operano nei settori in cui è più frequente il contatto con i clienti finali e per i quali resta ancora incerta la data di riapertura (filiera del turismo e servizi per la persona).

L’impatto delle misure di sicurezza. Nel tessuto economico isolano vi è però la consapevolezza che nei prossimi mesi, nei quali dovremo convivere con il virus, i ritmi di attività registreranno forti diminuzioni determinate in molti casi proprio dalle nuove misure di sicurezza. Soltanto per il 13,7% delle imprese queste misure non avranno alcun impatto. Per il restante 85,3% esse invece determineranno un peggioramento dei risultati aziendali, dovuto nel 34% dei casi ai maggiori costi di gestione e nel 52,3% dei casi alla riduzione dell’attività. Per tutti settori l’adozione delle nuove norme impatterà fortemente sull’attività delle imprese. Gli effetti negativi più rilevanti sono però attesi dalle imprese che operano a stretto contatto con la clientela finale: il turismo (100%) e i servizi per la persona (89,9%).

Il calo dei clienti. Fatta eccezione per il solo comparto dell’alimentare tutti i settori saranno penalizzati soprattutto dal rallentamento e dalla riduzione dell’attività. Questo dato, di per sé non sorprendente, riflette in parte l’impatto che il lock down ha avuto sui rapporti che le imprese avevano con la clientela prima dell’emergenza. Solo il 18,8% delle imprese dichiara di non avere perso clienti a causa dell’emergenza. Il 23,4% ha invece registrato già una riduzione del numero di clienti mentre il 51,3% potrebbe subire una erosione del portafoglio clienti se l’economia non dovesse ripartire a ritmi adeguati e in tempi brevi. Il rischio di perdere clienti è trasversale a tutti i settori, anche a quelle rimaste aperte (vedi alimentari) che probabilmente si sono dovute confrontare con il calo dei consumi al dettaglio. Nei settori manifatturieri è avvertito soprattutto dalle imprese della moda, nei servizi da quelle che operano nelle attività turistiche. Per le imprese della moda una parte consistente delle commesse a rischio proviene da clientela estera.  

Il calo di fatturato. Aumento dei costi, riduzione dell’attività e perdita dei clienti sono solo alcuni elementi che impatteranno sul fatturato 2020 che, complessivamente in Italia, è atteso in diminuzione di circa 42 punti percentuali rispetto al 2019. È una perdita attesa assai rilevante, considerato che il lock down dovrebbe durare complessivamente sei settimane, che incorpora evidentemente le difficoltà emerse prima della sospensione delle attività economiche, la lentezza con cui l’economia italiana e quella globale potrebbero ripartire, il timore di una eventuale successiva ondata di contagi.  Le perdite maggiori sono previste dalle imprese che operano nella filiera del turismo dove il fatturato potrebbe diminuire del 70/80% in un anno. È l’ennesima conferma che questo settore è il più penalizzato dalla crisi anche perché per lungo tempo dovrà fare a meno della domanda proveniente dall’estero.

Il secondo settore per perdite attese (-50%) è la moda.
Il lock down ha determinato la cancellazione della presentazione delle nuove collezioni oltre che il crollo della domanda, sia interna che estera. Infine, a completare il podio dei settori in maggiore difficoltà vi sono, quasi appaiati, il commercio, i servizi per la persona. Questi ultimi, nonostante siano caratterizzati da una domanda abbastanza rigida, sono penalizzati per più motivi: l’incertezza circa i tempi di riapertura, il rallentamento dell’attività derivante dall’adozione delle misure necessarie per prevenire la diffusione della pandemia e, infine, la paura della clientela di potersi contagiare.

Investire in sicurezza.
Nonostante le aspettative per il futuro siano improntate al pessimismo, tra gli imprenditori sardi prevale comunque il senso di responsabilità e una visione chiara circa le azioni che dovranno essere intraprese per risalire la china.  Pensando agli ambiti in cui investire nel prossimo futuro, dopo la fine dell’emergenza, il consenso del 81,3% degli imprenditori sardi converge sulla sicurezza. A livello settoriale, questo dato registra il valore più alto nel settore dei servizi per la persona (80,7%) a conferma che anche nei settori maggiormente penalizzati dalle difficoltà del momento vi è la consapevolezza che nel medio-lungo periodo non vi può essere prosperità economica senza la salute. Non a caso solo l’8,7% delle imprese sarde ritiene che l’economia debba ripartire immediatamente, anche a costo di una nuova ondata di contagi. Quasi la metà degli imprenditori (oltre il 47%) è invece convinta che si debba ripartire con gradualità e seguendo una programmazione comunicata preventivamente e con chiarezza.  

L’analisi della Cna Sardegna

Secondo Pierpaolo Piras e Francesco Porcu, presidente e segretario regionale della Cna Sardegna “la risposta dell’intera società sarda è stata encomiabile in tutta questa fase dell’emergenza sanitaria che ha imposto pesanti restrizioni alle libertà individuali e la chiusura di gran parte delle attività economiche. Per ridurre gli effetti disastrosi provocati dalla pandemia, - 9,6% la contrazione del Pil attesa, è urgente aprire da subito il cantiere della ricostruzione. E’ necessario ora uno sforzo congiunto delle istituzioni pubbliche e delle forze sociali per un programma di ricostruzione economica che definisca quantità, procedure e modalità di allocazione delle risorse disponibili. Queste devono essere gestite e spese con procedure nuove ed eccezionali, diversamente la vischiosità dei tempi burocratici attuali ne decreterà l’inefficacia e l’inutilità ai fini di una pronta ripresa dei sistemi produttivi”.

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