"A casa mia", un comitato spontaneo
per la riforma psichiatrica

Stamattina la presentazione ufficiale nell'aula Eleonora d'Arborea
di Valentina Guido
Da sinistra: Anna Laura Pirisi, Maria Grazia Giannicchedda, Silvia Pilia, Gisella Trincas, Daniele Pulino (foto: SassariNotizie.com)
Da sinistra: Anna Laura Pirisi, Maria Grazia Giannicchedda, Silvia Pilia, Gisella Trincas, Daniele Pulino (foto: SassariNotizie.com)

SASSARI. Nei due appartamenti sequestrati il 6 luglio a Sassari dai Carabinieri del Nas "si stava facendo un grosso sforzo che non è stato capito". Uno sforzo finalizzato all'inclusione sociale dei malati mentali, invece che alla loro esclusione. “Siamo qui per spiegarlo ai magistrati e alla città. Questo diventerà un caso nazionale”, dichiara la professoressa Maria Grazia Giannicchedda, docente dell'Università di Sassari e presidente della Fondazione Basaglia. C'era anche lei stamattina in Rettorato, nell'aula Eleonora d'Arborea, durante la presentazione del comitato “A casa mia” costituito dai parenti dei malati, da cittadini e da associazioni per stare vicino alle persone anziane, disabili o affette da gravi patologie psichiatriche che, proprio per le loro condizioni di salute, sono state private di diritti fondamentali, uno su tutti: scegliere come trascorrere la propria esistenza e fare in modo che sia il più normale possibile.

È quello che chiedevano tutti stamattina, in occasione del dibattito che gli organizzatori hanno intitolato “Per il diritto dell’abitare. Servizi di salute mentale, politiche sanitarie locali che sostengano i diritti delle persone sofferenti, anziane, disabili”. L'aula Eleonora d'Arborea, raramente così affollata, è stata teatro di una discussione che servirà- si spera- a sensibilizzare una città e una classe medica forse ancora troppo legata ai vecchi schemi, e pazienza se i manicomi sono stati chiusi nel 1978 in seguito alla legge 180 Basaglia. “Ma le linee guida di quella legge in realtà non vengono ancora applicate”, dichiara Gisella Trincas, presidente dell'Associazione sarda per l'attuazione della riforma psichiatrica aderente all'Unasam, l'Unione nazionale delle associazioni per la salute mentale.

In realtà le convivenze assistite non sono una novità assoluta, perché sono documentate dagli anni '60. Trieste è una delle prime città italiane che ha conosciuto questo tipo di sperimentazione, che si fonda su un unico presupposto: le persone con disagi psichici non hanno meno dignità delle altre, possono convivere con altri esseri umani e svolgere un'attività lavorativa. “Se gli studenti e i lavoratori condividono appartamenti in affitto per ridurre le spese, perché queste persone non possono provare a farcela insieme?”, si chiede ancora Gisella Trincas.

Le quattro donne che abitavano in via Savoia e i cinque uomini che vivevano in via Nizza pagavano l'affitto di tasca propria, non pesavano sulla società, a differenza di ciò che accade ora: dal 6 luglio infatti sono ospitati in strutture pubbliche come l'ospedale psichiatrico Rizzeddu e comunità protette come la casa famiglia Giardini, in viale Mancini. Qui da nove giorni, suo malgrado, vive anche Fiorenza (nome di fantasia), che come vede i taccuini non resiste. Vuole dire la sua: “Io stavo meglio in via Savoia. Uscivo, cucinavo, mangiavo bene. Ora ci portano i pasti della mensa che non ci piacciono. Vorrei vivere con il mio fidanzato. Ho 46 anni...Sono un essere umano e voglio vivere come tutti gli altri. Sto tornando indietro invece di andare avanti”.

Le stesse parole utilizzate da Luigi Laisceddu per raccontare il percorso di suo fratello: “Tutti i progressi che aveva fatto negli ultimi mesi stanno sfumando da quando è a Rizzeddu. E dire che la chiamano comunità protetta. La scelta della convivenza assistita era arrivata al termine di un percorso sofferto e di vari tentativi fatti anche nelle strutture tradizionali. Ci fidiamo dei medici del Centro di salute mentale, che sono stati sempre seri e rispettosi nei confronti di mio fratello, una cosa di per sé piuttosto rara. Mio fratello e i suoi coinquilini pagavano gli operatori socio sanitari di una cooperativa che davano una mano, ma di certo non gestivano alcuna struttura sanitaria abusiva. Stiamo parlando di due appartenenti in cui vivevano privati cittadini che da un momento all'altro sono stati sfrattati”.

La cooperativa in questione si chiama Pitzinnos ed è presieduta da Silvia Pilia. C'era anche lei stamattina e ha dichiarato a SassariNotizie che “come cooperativa siamo sereni perché ci siamo sempre distinti per professionalità. Abbiamo massima fiducia nel percorso della giustizia. Credo che ci sia stato un grande equivoco: le intenzioni erano buone, si è agito in questo modo per proteggere i malati senza fare le dovute verifiche. Ma sono sicura che gli accertamenti ci daranno ragione. Oggi è una bellissima giornata: la situazione provoca una grande sofferenza, ma se servirà a far applicare la legge 180, ne sarà valsa la pena”.

Il Comitato “A casa mia” conta già molte adesioni tra singoli e associazioni. Anche i consiglieri di maggioranza del Comune di Sassari hanno preso a cuore il problema e presenteranno un apposito ordine del giorno.

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  • Da sinistra: Anna Laura Pirisi, Maria Grazia Giannicchedda, Silvia Pilia, Gisella Trincas, Daniele Pulino (foto: SassariNotizie.com)
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