Archeologi alla ricerca di un'identità
Ma per la legge italiana non esistono

Niente albo, niente tariffario, tante partite iva
 (foto: Ana Sardegna)
(foto: Ana Sardegna)
SASSARI. Tra polvere e sole vanno alla ricerca di tesori, fanno calcoli astronomici e scoprono leggende. Questo è il lavoro degli archeologi secondo l'immaginario collettivo. Figure a cavallo tra Indiana Jones e topi di biblioteca. In realtà l'unica giungla per gli archeologi italiani e sardi è quella dei contratti e del riconoscimento giuridico della professione. Sono dei lavoratori a partita iva o, nel migliore dei casi, con un contratto a progetto e di loro non c'è traccia nel Codice Urbani, il Codice dei Beni culturali. Lo hanno ribadito più volte i professionisti che si sono riuniti questa mattina per presentare nella Biblioteca comunale di piazza Tola la sezione sarda dell'Ana, Associazione nazionale archeologi. L'incontro è stato coordinato dalla presidente Giuseppina Manca di Mores che ha ricordato che il profilo dell'archeologo non è nemmeno riconosciuto dal legislatore, proprio nel Paese in cui abbondano siti archeologici e storici.

Le norme.
«Lo stesso Codice Urbani, quello dei Beni culturali del 2004, che disciplina e tutela il patrimonio italiano - dice Manca di Mores - non prevede al suo interno la parola "archeologo"». Non solo, precisa la presidente di Ana Sardegna: «L'archeologo non è il professionista deputato allo scavo, non è la figura di riferimento nonostante da decenni collabori con il ministero per i Beni culturali e si rapporti con enti pubblici e privati». In sostanza gli archeologi si sentono poco tutelati, non esiste un contratto collettivo nazionale, né un tariffario minimo, né un albo professionale ma tutto dipende da questo mancato riconoscimento. Un passo avanti è stato fatto, spiega ancora Manca di Mores, con il Decreto legislativo n. 196 del 2006 cosiddetto degli Appalti pubblici. In cui secondo l'articolo 95 spettano agli archeologi le indagini di archeologia preventiva, ossia quelle relative a una zona in cui si intende costruire un'opera pubblica ad esempio una strada. Nel 2008 l'Ana ha presentato al Parlamento una proposta di legge per il riconoscimento giuridico della professione di archeologo, ma anche per gli storici dell'arte. Mentre i restauratori sono stati da poco riconosciuti.

Ana Sardegna.
Il nuovo direttivo dell'associazione conta circa 130 membri e si è costituito lo scorso 15 maggio a Oristano. Tra loro anche un rappresentante degli studenti universitari che spesso fanno la gavetta tra gli scavi archeologici a titolo gratuito. Mentre mancano i rappresentanti dei docenti universitari. Il primo obiettivo dell'Ana Sardegna è quello del riconoscimento giuridico della professione, seguono l'istituzione dell'albo e il tariffario minimo, nonché un'omogeneità territoriale nazionale, in ogni Regione infatti ci sono situazioni diverse e spesso la prassi diventa norma.

Come si diventa archeologi. Non basta la laurea, questa è l'unica certezza. L'iter classico prevede la laurea triennale in Lettere con indirizzo archeologico a cui deve seguire la laurea biennale di specializzazione. Oppure ci si può iscrivere al corso di laurea in Beni culturali e poi a un altro corso biennale. Ma non finisce qui: è necessario avere un'ulteriore specializzazione da ottenere attraverso una Scuola di archeologia a numero chiuso, in Sardegna ne esiste solo una a Cagliari ad indirizzo preistorico e classico. L'alternativa è quella di riuscire a ottenere e poi conseguire un dottorato all'Università. Ma chi dà il titolo di "archeologo"? Nessuno. O meglio, esiste un elenco di "abilitati", ci spiega un esperto della materia, al ministero dei Beni culturali ma manca il credito giuridico alla lista. La Direzione nazionale antichità, che fa capo al ministero, infatti non lo ha ancora riconosciuto e ancora resta il limbo di sempre.
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  •  (foto: per gentile concessione di Francesco Bellu)