cinema in poltrona

"Carlos" sciacallo del terrore mondiale
Prima dell'arrivo di Osama Bin Laden

di Francesco Bellu
 (foto: Facebook)
(foto: Facebook)

SASSARI. "The man who hijacked the world", ovvero "l'uomo che ha dirottato il mondo", così sta scritto nella locandina. Ma il termine "hijacked", dirottato, nasconde tra le righe un sottile gioco di parole. Perché tutti conoscono quest'uomo con un unico nome: "Carlos the jackal", Carlos lo sciacallo. E il mondo, a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta, lo ha sconquassato più volte, tanto da meritarsi il titolo di terrorista più famoso e ricercato di tutti i tempi prima di Osama Bin Laden.
Olivier Assayas ne ha ripercosso i passi, ritmati dalle bombe, dai rapimenti, dal suo girovagare tra Est e Ovest: Berlino, Vienna, Parigi, Beirut, Damasco, Baghdad, i campi di addestramento ad Aden in Yemen. Per sei ore di fila (ne esiste anche una versione più "corta" di oltre due ore e mezza) seguiamo Ilich Ramírez Sánchez, questo il suo vero nome, in un andirivieni sincopato e senza tregua, dove si mescolano ideologie, blocchi, sete di potere, denaro, donne. Un flusso ininterrotto che cerca di afferrare l'uomo che per anni è scappato da tutto e tutti, ha messo sull'allerta diplomazie, frontiere, governi ed è stato al centro di azioni tanto spericolate da appiccicargli addosso l'aura del mito. Come quella di Vienna, nel 1975, quando sequestrò tutti i ministri dell'Opec. La sua fotografia, con il basco calato in testa, gli occhiali scuri e il fucile in braccio lo trasformeranno in un'icona criminale dal fascino irresistibile.

Eppure Assayas si guarda bene dal farne un eroe, la sua è una ricostruzione quasi giornalistica in cui emerge sostanzialmente un uomo vanesio e dal narcisismo smisurato. "Carlos" è un'epopea rovesciata ma non solo: è anche una storia dell'eversione internazionale vista dal suo interno che passa dall'idealismo rivoluzionario post 1968 al cinismo di un terrorismo mercenario al soldo dei servizi segreti. Non è un caso che il vero Carlos, ora rinchiuso in carcere a Parigi con un paio di ergastoli sul capo, non abbia gradito questo tipo di ricostruzione. Sono in tanti a pensare che sia prigioniero del suo stesso personaggio creato con spregiudicatezza più di trent'anni fa. I suoi contorni però sono tutt'ora fuori fuoco e il regista non cerca volutamente di delinearli, ma lascia che siano le azioni e il corpo in perenne trasformazione del suo protagonista a raccontarne le vicende.

Per quanto possa sembrare strano, questo film, edito per la televisione in tre parti e presentato tutto insieme fuori concorso al Festival di Cannes del 2010, è forse una delle opere cinematografiche più potenti degli ultimi anni. Si fa fatica a pensare che la sua destinazione sia il piccolo schermo, talmente è smisurata sia per ambizione, sia per resa spettacolare. Ritmo, ritmo, ritmo, ritmo, ecco cosa sono le sei ore di "Carlos": non c'è un'azione o un dialogo sprecato, nessun tempo morto. È come un pilota che procede su un'auto a duecento all'ora e non sbaglia una curva. Mai.
C'è chi ha scritto che questo è il "Munich" che avrebbe voluto fare Steven Spielberg, ma senza i condizionamenti e il peso umano e intellettuale di quella storia, oppure quello che sarebbe potuto diventare "La banda Baader Meinoff" se avesse avuto una durata maggiore e meno schematismi politici. Di sicuro è uno di quei film che riesce come nessun altro a farti respirare a pieni polmoni quegli anni "di piombo". Anche se questo significa sentire il sapore rancido del sangue che scorre e l'odore delle ideologie lasciate bruciare nel passaggio inesorabile della Storia.

© Riproduzione non consentita senza l'autorizzazione della redazione
Tags
Immagini articolo
  •  (foto: Facebook)