il giorno della memoria
L'Olocausto sul grande schermo
tra tante polemiche e ricordo
di Francesco Bellu
SASSARI. Il cinema si è subito interessato a raccontare l'Olocausto, tanto da produrre una filmografia sterminata che va grosso modo dagli anni Cinquanta sino a oggi. Non tutte le opere sono della stessa qualità, ma si può tranquillamente parlare di un vero e proprio filone narrativo. Cercare di farne un elenco esaustivo è per questo motivo piuttosto complicato, soprattutto quando si ha come spazio una rubrica che, per sua stessa natura, ha una "grandezza" definita.
Raccontare la Shoah per immagini non è semplice: il rischio della banalizzazione, del sentimentalismo a buon mercato e del compiacimento sono dietro l'angolo, nonostante l'onestà intellettuale e la sincerità di partenza. Ne sa qualcosa Gillo Pontecorvo che nel 1961 aveva raccontato con "Kapò", la storia di una ragazza ebrea che, per sopravvivere nel lager, arriva a prostituirsi per i suoi aguzzini sino a diventare la crudele guardiana delle sue stesse compagne di sventura. All'epoca si levarono voci molto critiche che accusarono il regista di «spettacolarizzare la morte». Pontecorvo difese le sue scelte (che riguardavano soprattutto una scena nel finale) rimarcando come la sua attenzione si sia soffermata soprattutto sull'assueffazione della morte nel campo di concentramento. Ma questo fu nulla rispetto al polverone provocato da "Il portiere di notte" di Liliana Cavani che dovette subire censure e giudizi negativi ancor prima che uscisse nelle sale. Tutto ciò ovviamente portò il film a sbancare i botteghini e ad innescare una discussione vivacissima dal punto di vista culturale. Ancora oggi la scena di Charlotte Rampling a seno nudo, bretelle e con in testa il cappello da SS è di quelle che difficilmente passano inosservate. La Cavani nel narrare l'incontro tra una donna, Lucia, e il suo torturatore, Max, associa, infatti, il nazismo a una sessualità malata. Un binomio in realtà non nuovo, basti pensare, ad esempio, alla "Caduta degli dei" di Luchino Visconti, in cui non a caso ci sono gli stessi attori de "Il portiere di notte": la Rampling e Dirk Bogarde. Quello che però sconcertò molti fu il trasformare il campo di sterminio in un luogo di depravazione erotica assoluta, in cui i ruoli di vittima e carnefice si invertivano in un gioco sottile tra chi comanda e chi è comandato. Un rapporto che Max e Lucia ripetono in un appartamento, ricreando di fatto un "lager domestico" che fece storcere il naso anche a Primo Levi perché trovava inaccettabile che tra i due potesse nascere una storia d'amore e di sesso.
Anche "Schindler's list" di Steven Spielberg e "La vita è bella" di Roberto Benigni non sono rimasti immuni da attacchi di vario genere: il primo è stato accusato di avere trasformato una tragedia indicibile in un melodramma hollywoodiano, il secondo di aver realizzato un film comico con sfondo il campo di concentramento. Raccontare una storia definita irracontabile come la Shoah è un'impresa rischiosissima per ciò che rappresenta: è il genocidio più immane mai fatto nel Novecento per numeri e precisione maniacale nel metterlo in atto. Tanto che tutt'ora lascia sconcertati. Per questo, c'è chi pensa che l'unico modo per approcciarsi a questa materia tanto spinosa sia quella del documentario che permette una visione più distaccata e oggettiva, senza nessuna rilettura "artistica" o di finzione. Pensiamo a "Notte e nebbie" di Alain Resnais o "The last days" sempre di Steven Spielberg. Il dibattito rimane tutt'ora aperto, ma è innegabile che opere di finzione come lo stesso "Schindler's list", ma anche "Il pianista", "Kapò", "Arrivederci ragazzi" sino al recente "La chiave di Sara", in questi giorni nelle sale, abbiano una forza tale da rendere vivida questa catastrofe umana provocata da un male tanto "banale" (per usare le parole della Arendt) quanto terribilmente atroce.
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