l'intervista

Naufragio Concordia, la testimonianza
«Il ricordo non mi abbandona mai»

di Grazia Sini
 (foto: Luca Battistelli, per gentile concessione)
(foto: Luca Battistelli, per gentile concessione)
SASSARI. «Ho sentito il carrello dell'aereo che si ritirava e il cuore m'è salito in gola, sono stato male e mi ha preso il panico. Alla minima turbolenza sbiancavo, sentivo la paura salire e mi sono venute le palpitazioni, non mi era mai successo prima». La vita di Luca Battistelli ormai è scandita così: tutto prima o dopo quell'evento che non potrà mai dimenticare, la tragedia della Costa Concordia. Un'esperienza che non l'abbandonerà mai e che gli fa dire: «Non sono fortunato, sono fortunatissimo. Ricordo il corpo di quel francese morto e so che sotto quel lenzuolo bianco ci sarei potuto essere tranquillamente io. Ora so che c'è un Dio lassù, un Dio che mi sono ritrovato a pregare nei momenti più disperati e che ringrazierò per sempre». E certo «i pochi spiccioli previsti dall'accordo raggiunto ieri tra Costa Crociere e associazioni di consumatori (14mila euro a passeggero comprensivi di qualsiasi rimborso o indennizzo dei danni patrimoniali e non patrimoniali subiti, ndr)» non saranno sufficienti a dare un colpo di spugna nel suo cervello che in ogni momento rivive quegli attimi.

Lui e la sua fidanzata erano su quella nave la notte tra il 13 e il 14 gennaio, ore che ancora adesso riempiono i loro pensieri di giorno e i loro incubi di notte: «Sono passate due settimane, ma tutto è ancora nitido davanti a me, come se stesse succedendo adesso». Nel suo racconto a SassariNotizie Luca ripercorre ogni momento di quella notte come se lo stesse rivivendo: «Avevamo appena mangiato l'antipasto, nel ristorante Roma sul ponte 4 seduti al tavolo con alcune donne de La Maddalena conosciute due giorni prima all'imbarco a Cagliari. Stava per arrivare il primo quando tutto ha tremato come se ci fosse un terremoto. Poi il black out. È stato brevissimo, in 5 secondi è tornata la luce, ma è stato sufficiente per gettare le persone nel panico: i bambini e gli anziani urlavano e qualcuno è anche svenuto». Ma Luca ha capito che la situazione era davvero grave pochi attimi dopo, quando «c'è stato un forte boato e la nave si è inclinata. Tutti i piatti e i bicchieri sono caduti a terra e da quel momento è stato il buio». Luca allora ha preso per mano la sua fidanzata e a tentoni ha cercato di raggiungere la cabina dove alloggiavano: «ho detto alla mia ragazza che era meglio mettersi il salvagente e un giubbotto bello caldo perché sicuramente a breve ci avrebbero fatto evacuare». Eppure da quel momento sono passati 20 minuti prima che una voce dall'altoparlante rassicurasse i passeggeri spiegando che si era trattato soltanto di un black out: «Il capitano non ha mai parlato, c'era sempre qualcuno che ci avvisava a suo nome». Anche un filippino addetto alle pulizie delle cabine ha tranquillizzato Luca e Grazia: «Ho pensato che se anche lui era così sereno allora davvero non si trattava di nulla di grave». Ma quando è risalito sul ponte quello che si è presentato agli occhi dei due fidanzati è stato tutt'altro che rassicurante: tutti avevano il salvagente, il personale (per lo più stranieri) piangeva e dall'altoparlante iniziavano ad arrivare i comandi in codice per il personale.

Da quel momento è stata l'anarchia totale: «Nessuno ci diceva cosa fare ma tutti abbiamo cercato di raggiungere le scialuppe, dove si era già ammassata la gente. Un filippino ha spalancato un armadio e ha iniziato a distribuire giubbotti di salvataggio. Alcuni dipendenti ci aiutavano a salire, ma altri spingevano per mettersi in salvo, anche a costo di rubare il posto a qualcuno già seduto nel canotto. Abbiamo aspettato per mezz'ora che calassero le scialuppe, ma non arrivava l'ordine e i marinai non potevano procedere. Quando l'equipaggio ha deciso di prendere in mano la situazione per la nostra scialuppa era ormai troppo tardi: il canotto era troppo inclinato ed era finito tra due ponti della nave. Tutti gli occupanti sono stati trasportati con grande fatica sul ponte. Io devo la mia vita a un giovane americano che mi ha strattonato per un braccio perché da solo non riuscivo».

Da lì è iniziata una corsa per la salvezza: era necessario raggiungere un'altra scialuppa dove ancora c'erano posti liberi e calarla prima che anche questa volta fosse troppo tardi. «Siamo saliti su una più piccolina, dove ci stavano una sessantina di persone. Mollate le funi è stato come sedere su una giostra ad altissimo rischio ma senza cinture: si girava su se stessa di 180 gradi, ci sballotava da una parte all'altra perché impattava contro la nave. Poi la calma: arrivati in acqua ci siamo accorti di quanto fosse vicina la riva».

Luca e Grazia sono tornati alla vita di tutti i giorni, anche se perfino prendere un aereo, che fino a quel momento era una banalità, diventa un incubo. Dovranno cercare di guarire da quei problemi fisici che li accompagnano dal giorno del naufragio e che sono legati all'ansia vissuta in quelle ore. Dovranno cercare di allontanare dalla loro mente la paura della morte vista così da vicino, il rumore dei piatti che si rompevano, la scialuppa troppo inclinata, l'anziano che si è spaccato la testa tentando di raggiungere un ponte, i filippini che pregavano, i cadaveri e le urla della gente che cercava i propri parenti dispersi. Ricordi che per la compagnia di navigazione valgono 14mila euro, spese per i bagagli incluse.
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