la recensione

ACAB, la visione lucida della violenza
tra film di genere e cronaca oggettiva

In programmazione al cinema Quattro Colonne a Sassari
di Francesco Bellu
 (foto: Facebook)
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SASSARI. "ACAB" è un film, a dispetto di striscioni srotolati in curva sud all'Olimpico o alla Feltrinelli di Milano che dicono il contrario. Ed è quel genere di film che ti rimane addosso per ore, tra pensieri sconnessi da riordinare e tante sensazioni contrastanti. Metabolizzarlo non è semplice e non basta la boccata di aria gelida che ti piglia a schiaffi all'uscita del cinema a far ripartire il cervello. Rimetterci mano e farne una recensione organica diventa difficile. Una cosa comunque è chiara: il film di Stefano Sollima (ha alle spalle le due serie tv cult di "Romanzo criminale" andate in onda su Sky) non giudica, non parteggia, non tifa. Guarda. È uno sguardo lucido e implacabile visto attraverso gli occhi di quattro poliziotti della Mobile (i cosiddetti celerini) sputati fuori dalle periferie e lontani mille miglia dai tanti fasulli "distretti di Polizia" televisivi. Hanno nomignoli da cartone animato, Cobra, Mazinga, Negro, Spina e sono incattiviti da tutto ciò che li circonda: dal lavoro, da una vita personale che li vede o in solitudine o nel ruolo di genitori assenti e padri mancati e da una realtà sociale ribollente e contradditoria. La visione dietro l'elmetto e il manganello è quella di un mondo in fiamme, in cui si respira l'odore acre dei lacrimogeni e dove la declinazione dei ruoli non è tra "buoni" e "cattivi" ma tra chi colpisce per prima e fa male. "ACAB" è una riflessione sulla violenza e dei suoi meccanismi e di come la società italiana di oggi si trovi a gestirla tra immigrati, rigurgiti fascisti, anarchici e demagogia politica nascosta dentro i palazzi del Potere.

Non c'è nessun compiacimento, nessuna idealizzazione: Cobra e i suoi non sono eroi, sono solo manovalanza, braccio armato e violento della legge, in cui però i confini tra esserne meri esecutori o con cognizione di causa è sottilissimo. L'unico Stato in cui riconoscono è il "branco", i colleghi di lavoro ai quali sono uniti da un vincolo di sangue indissolubile, qualunque cosa succeda. Dietro si muovono i fantasmi della macelleria "messicana" della scuola Diaz, di Gabriele Sandri e del commissario Raciti, di una città, Roma, in pieno delirio elettorale tra sgomberi coatti e periferie brullicanti di sottoproletariato incazzato con il mondo e desideroso di farsi giustizia da sé. "ACAB" segue un percorso di contrasti e lo fa sino in fondo, senza mai tirarsi indietro, utilizzando come cornice i film di genere, l'unica che può contenere il magma narrativo del libro inchiesta del giornalista Carlo Bonini a cui Sollima si è ispirato.
"ACAB" è un acronimo che sta per "All cops are bastards", cioè "Tutti i poliziotti sono bastardi", un insulto che, insieme a "Celerino figlio di p.....a", ritrovi ovunuque nel film: canticchiato dagli stessi agenti, scritto sui muri, tatuato sulla pelle. È un marchio che ti porti addosso tutta la vita. Sarà interessante vedere, a questo punto, in che modo "Diaz" di Daniele Vicari, che uscirà tra qualche settimana, racconterà il loro ruolo. Se etichetterà i "celerini" come "bastardi" oppure se ne servirà, come ha fatto Sollima, per riflettere senza paraocchi ideologici sul nostro presente.

Piccola nota a margine. La mia lettura è una delle tante apparse in questi giorni sui giornali, non tutti i miei colleghi sono d'accordo, i pareri, in alcuni casi, sono stati diametralmente opposti, in altri combaciavano (ne cito alcuni: Mymovies, Film House, Coming soon, Espresso), tant'è che ne abbiamo discusso in maniera animata e vivace. Per un film è forse il segnale più importante, perché non lascia indifferenti, qualunque cosa se ne pensi. Il fatto che poi sia un film italiano a creare questo polverone, non può far altro che bene al nostro cinema. Dobbiamo rendergliene atto.

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