il dossier

Mezzo secolo di lottizzazioni e affari:
ecco la Sardegna invasa dal cemento

di Michele Spanu
 (foto: Dossier "Terra rubata" a cura di Wwf e Fai)
(foto: Dossier "Terra rubata" a cura di Wwf e Fai)

SASSARI. La Sardegna affoga nel cemento. Non si può commentare diversamente la storia urbanistica di un'isola che, in poco meno di 60 anni, ha fatto registrare un incremento di suolo urbanizzato pari a più di 11 volte (1154%) quello degli anni Cinquanta: una vera e propria invasione di cubature, lottizzazioni e affari che ora ha raggiunto il limite, tanto da mettere a rischio i fragili equilibri del territorio, soprattutto nelle zone rurali che circondano le grandi città come Cagliari, Sassari e le medie come Olbia. I dati, allarmanti, sono stati raccolti e pubblicati dal Fai e dal WWf nel dossier "Terra rubata" sul consumo del suolo presentato ieri a Milano. Secondo la pubblicazione, nei prossimi 20 anni la superficie occupata dalle aree urbane crescerà in tutta Italia di circa 600mila ettari, pari ad una conversione urbana di 75 ettari al giorno, raffigurabile come un quadrato di 6.400 chilometri quadrati. Uno scempio difficile da fermare che affonda le sue radici nel passato. Basti pensare che intorno al secondo dopoguerra, le 11 regioni interessate dallo studio registravano tassi molto contenuti della densità di urbanizzazione: Sardegna, Molise, Abruzzo, Marche e Valle d’Aosta erano ben al di sotto del 7 per mille, mentre le altre regioni erano posizionate su tassi compresi tra l’1 e il 2%. L’escalation del mattone è partita subito dopo (più precisamente negli anni dal boom economico) e non si è più arrestata: nel Friuli e in Emilia Romagna lo stesso tasso ora arriva al 10%, Umbria, Abruzzo, Molise e Sardegna si collocano intorno al 3%, mentre Puglia, Liguria e Lazio si attestano intorno al 6 -7%. Persino quei comuni che si sono svuotati a causa dell’emigrazione sono cresciuti di oltre 800 mq per ogni abitante perso. E la domanda è intuibile: che senso ha costruire nuove abitazioni se la popolazione diminuisce?

Si registra poi, in agricoltura, dal 2000 al 2010 una diminuzione della Superficie Aziendale Totale (SAT) dell’8% e della Superficie Agricola Utilizzata (SAU) del 2,3%, mentre il numero delle aziende agricole e zootecniche diminuisce, nello stesso periodo, del 32,2% in meno di aziende agricole e zootecniche. Il risultato è un territorio meno presidiato e più fragile: in Italia circa il 70% dei Comuni è interessato da frane che, tra il 1950 e il 2009, hanno provocato 6.439 vittime tra morti, feriti e dispersi. Allarmante anche il rischio desertificazione: il 4,3% del territorio italiano è considerato “sensibile a fenomeni di desertificazione” e il 12,7% come “vulnerabile”. Resta la piaga dell’abusivismo edilizio, che dal 1948 ad oggi ha ferito il territorio con 4,5 milioni di abusi edilizi, 75mila l’anno e 207 al giorno, e in favore negli ultimi 16 anni ci sono stati 3 condoni (1985, 1994 e 2003). Poi ci sono le cave che nel solo 2006 hanno mutilato il territorio escavando 375 milioni di tonnellate di inerti e 320 milioni di tonnellate di argilla, calcare, gessi e pietre ornamentali. I progetti delle grandi infrastrutture, invece, mettono a rischio 84 aree protette, 192 Siti di Interesse Comunitario e 64 International Bird Area.

Tra le proposte di Fai e Wwf contenute nella road map per fermare il consumo del suolo, ci sono poche, ma semplici consigli per gli amministratori locali. Come ad esempio procedere ai Cambi di Destinazione d’Uso solo se coerenti con le scelte in materia di ambiente, paesaggio, trasporti e viabilità. E ancora: difendere i fiumi non solo attraverso il rispetto delle fasce fluviali ma con interventi di abbattimento e delocalizzazione degli immobili situati nelle aree a rischio idrogeologico; farsi carico degli interventi di bonifica dei siti inquinati, escludendo che i costi di bonifica vengano compensati attraverso il riuso delle aree a fini edificatori. Per tali ragioni le due associazioni chiedono a Governo e Parlamento di valutare un’estensione generalizzata dei 300 m di salvaguardia dalla linea di battigia sino ad almeno 1000 metri come già fatto in Sardegna dal piano paesaggistico di Soru. Ma è difficile ottenere risultati su questo fronte a livello nazionale se ci considera che nessuna Regione (fatta eccezione per la Puglia e la Sardegna) ha realizzato nuovi piani paesaggistici ispirati ai principi e alle prescrizioni del Codice Urbani. Scetticismo, infine, sul Piano Casa che, come è noto, consente interventi in deroga degli strumenti urbanistici ed edilizi comunali: "Così operando - scrivono gli autori del dossier - le regioni hanno dato dimostrazione dell’assenza di tassatività e prescrittività della pianificazione urbanistica comunale".


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