cinema in poltrona

Il peso delle radici e dei propri morti
L'America di "Gangs of New York"

di Francesco Bellu
 (foto: Facebook)
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SASSARI. Le bare calate dalla nave e in contemporanea i soldati che partono al fronte. La Guerra di Secessione è lontana, ma gli echi arrivano sino a New York. Chi non può sborsare 300 dollari parte subito verso Ovest ed è probabile che ritorni in porto dentro una cassa da morto. L'America è nata così, parafrasando Scorsese, nelle strade. Tra un miscuglio enorme di lingue, accenti e persone diverse: irlandesi, neri, i primi sparuti gruppi di italiani. Sono considerati feccia e vivono tra i muri scrostati delle baracche di "Five Points", quartiere dell'orrore tra il porto, Broadway e l'East End di Manhattan. L'alta borghesia sta lontana, si tiene a distanza dal puzzo di quelle vie sudicie in cui bazzicano ladri, assassini, poliziotti corrotti, bande criminali e baldracche. "Gangs of New York" racconta tutto questo in maniera scombinata, sconnessa ma allo stesso tempo potente. Difficile contenere un fiume in piena di narrazioni e situazioni anche per un regista come Martin Scorsese. Tutto è spezzettato in un "puzzle" impazzito in cui il regista di "Taxi driver" coagula il suo cinema in maniera dirompente.

La storia si costruisce a peso. Un peso fatto di carne, con i corpi straziati e buttati al vento. Le radici dell'America sono scomode, la land of plenty, la terra dell'abbondanza porta solo frutti amari. Ci vorranno anni, altri morti, altro sangue, prima che possano avere il sapore dello zucchero. Gli irlandesi considerati razza bastarda si affrancheranno sino a portare sulla Casa Bianca uno di loro (John Kennedy) e ora anche i neri sono riusciti a fare altrettanto con Barak Obama. Ma nella New York del 1846 tutto questo è molto lontano, impossibile solo a pensarsi. Le divisioni sono ficcate nelle carni con colpi di ascia e segnate da cicatrici mostruose: da una parte i "Nativi" di Bill il Macellaio, dall'altra "I conigli morti" di Amsterdam Vallon. Americani contro irlandesi, sino all'ultimo sangue. Per il predominio della piazza e soprattutto di loro stessi. C'è anche una vendetta personale da portare a compimento: Bill ha ucciso il padre di Amsterdam e in mezzo c'è anche una donna, amata da entrambi.

Il romanzo di Herbert Asbury, da cui il film è tratto, è veramente, come in molti hanno scritto, la faccia opposta de "L'età dell'innocenza". Lì, nelle lussuose dimore dell'aristocrazia newyorkese la violenza si nascondeva dietro il bon ton delle buone maniere, negli inviti non dati, nei sussuri mentre si pasteggia il thè. Le porcellane sono affilate quanto i coltelli e sono intinte di un veleno chiamato ipocrisia. La lotta di classe non è meno spietata di quella compiuta per le strade ed è sempre costellata di cadaveri. Le tombe faranno posto ad altre tombe, tante mani che "costruiranno l'America" si susseguiranno piantando radici alimentate dal sangue. Perché tutto nasce dal peso dei morti, delle lapidi e della polvere. Sempre.


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