Berchidda. Domani, giovedì 28 ottobre alle ore 21 il palco del Cinema Teatro Santa Croce di Berchidda torna ad animarsi e ad ospitare – nel vero senso della parola – una straordinaria artista chiama a raccontarsi e raccontare il suo essere in musica fra launeddas, clarinetto, campanacci e pezzi di artigianato artistico della Sardegna: Zoe Pia solo.

Tutto accade grazie alla scintilla scoccata in Sardegna, a Berchidda – piccola capitale sarda del jazz e patria natale di Paolo Fresu che di Insulæ Lab è direttore artistico – idea cui l’Associazione Time in Jazz ha donato impegno ed attenzione, linfa e cure che hanno dato sostanza e forma al primo centro di produzione del jazz e della creatività artistica del Mediterraneo.

E sarà ancora il progetto Insulæ Lab. ad accogliere Zoe Pia, originaria di Modoro, e a donare alla platea logudorese un altro interessante concerto che fonde la passione per la tradizione sarda ad una spiccata volontà di sperimentare nuove innovative prospettive interpretative. Innovazione avanguardista e tradizione quasi ancestrale.non antitetiche facce di una stessa medaglia ma unico canale di espressione e rappresentazione scelto dall’artista sul palco per dare vita ad uno spettacolo intimo al forte profumo di Mediterraneo.

Biografia

Zoe Pia trasporterà il pubblico in paesaggi sonori e commistioni artistiche capaci di dare forma a una kermesse unica nel suo genere, con una panoramica a 360° sul jazz, le musiche improvvisate ad ampio raggio, i suoni etnici, le contaminazioni più stimolanti. Una rigenerante immersione tra suoni familiari e inusuali, artigianato e musica d’arte. È questo il punto di partenza dove si incontrano le launeddas in veste completamente personale e dai timbri inesplorati grazie all’utilizzo dell’elettronica, il clarinetto con loopstation, campanacci sardi e pezzi di artigianato artistico di Maestrodascia (fenicottero Gente Arrubia) e Ariuceramiche (Sa Barrosa – rappresentazione di mia bisnonna). Si dice che il fenicottero abbia ispirato il mito della fenice dalle ali fiammeggianti. L’antico simbolo della trasformazione e resurrezione, la fenice che alla fine della sua vita viene consumata dal fuoco e rinasce, poi, magicamente dalle sue ceneri. In Sardegna, nell’oristanese, i fenicotteri si chiamano Genti Arrubia. Davvero vedendoli si pensa a una folla di persone. Sono alti circa un metro e mezzo, passeggiano con calma nell’acqua, emettono un suono come il chiacchiericcio continuo di una passeggiata domenicale. Anche nella nostra isola questi uccelli hanno dato origine ad alcune leggende. Una racconta che se un musicista ricavasse le sue launeddas dai femori di fenicottero, invece che da umili canne di palude, otterrebbe uno strumento fatato, dotato di immensi poteri. Per fortuna le launeddas sono prodotte solo con steli di canna e il loro unico potere magico è quello sonoro. Inoltre presso gli Egizi era un animale sacro a Ra, Dio del Sole. È un uccello che invita alla riflessione, che trasmette un senso di elevazione e purezza e, nell’Induismo rappresenta un simbolo di transizione dalla vita alla morte, dalle tenebre alla luce. Il suo vivere in schiera e cacciare insieme ai suoi simili, esalta lo spirito di collaborazione ed aiuto reciproco. Le sorelle Ariu e Sa Barrosa sono l’altro elemento di Sardegna che colora il parco sonoro e rappresenta la comunità matriarcale tipica della nostra isola che scandisce e illustra la vita di paese, interpretandola in chiave ultramoderna ed essenziale in tutte le declinazioni familiari. A partire da mia bisnonna: Sa Barrosa.