Il professor Salvatore Mura

di Pier Luigi Rubattu

Sassari. Ottant’anni di Italia, dal 1946 a oggi, condensati in 253 pagine (più 40 di bibliografia). Come si fa a passare da Alcide De Gasperi a Giorgia Meloni in così poco spazio, e perché tentare quest’impresa? Chi glielo fa fare a uno storico di avventurarsi fino al 2025? Non si resta tramortiti dall’inesausto ronzare di informazioni (o disinformazioni), immagini, opinioni, interazioni social, contraffazioni, propaganda, isterie?

Lo abbiamo chiesto a Salvatore Mura, professore associato di Storia contemporanea nel dipartimento di Giurisprudenza di Sassari e autore insieme alla collega Albertina Vittoria, a lungo docente nell’Università sassarese, di “L’Italia repubblicana. Un profilo storico dal 1946 a oggi” (Carocci; 24 euro). Mura e Vittoria presenteranno il libro martedì 2 dicembre alle 17.30 dialogando con Sandro Ruju e con gli studenti nell’aula Virgilio Mura di Giurisprudenza.

A che cosa serve e a chi sarà utile questo libro?
“L’Italia repubblicana” – risponde Mura, 41 anni, originario di Cossoine, sposato, due figli, direttore della Fondazione Antonio Segni si rivolge agli studenti universitari e a chi vuole farsi una conoscenza di base della storia del nostro Paese dal 1946 a oggi, un periodo che nelle scuole superiori non si riesce ad approfondire in modo adeguato.

Come è nata l’idea?
La professoressa Albertina Vittoria ha insegnato Storia contemporanea all’Università di Sassari nel corso di laurea in Scienze politiche: è stata la relatrice della mia tesi triennale ed è nato un rapporto di stima reciproca. Lei ha scritto un manuale edito da Carocci, molto apprezzato dagli studenti, e la casa editrice l’ha contattata perché pensava a un testo di sintesi sulla storia italiana dal dopoguerra ai giorni nostri. Lei generosamente mi ha coinvolto.

Albertina Vittoria

Si può definire una specie di Bignami, anche se forse il termine non è familiare ai giovani d’oggi?
Direi che è un profilo sintetico della storia italiana che può essere approfondito con altre letture, come quelle che segnaliamo nella bibliografia.

Giornalisti e romanzieri scrivono moltissimo di storia (pensiamo ai libri di Angela, Cazzullo o Vespa, o a “M.” di Scurati): non bastano loro per la divulgazione?
Negli ultimi anni le ricostruzioni prodotte da giornalisti hanno conosciuto un notevole successo: sono libri che vendono migliaia di copie e che sicuramente contribuiscono alla formazione di una coscienza storica. Però lo storico si muove su un orizzonte diverso. Assume gli stessi eventi come punto di partenza, ma li sottopone a un vaglio critico sistematico: li colloca nel lungo periodo, li confronta con una serie più ampia di dati, li verifica alla luce di fonti eterogenee – edite e inedite –, attraverso il lavoro d’archivio, la comparazione, il dialogo con la storiografia esistente. Non si limita a restituire una cronaca, ma costruisce un’interpretazione, esplicita i propri presupposti, discute le ipotesi alternative.

La professoressa Vittoria, in un’intervista al Venerdì di Repubblica, ha fissato un confine tra ciò che è già storia e ciò che si può ancora considerare cronaca: il 2011, quando cadde l’ultimo governo Berlusconi.
Edward Carr, grande storico inglese, sosteneva – sintetizzo brutalmente – che in fondo tutto è Passato. Il Presente quasi non esiste, e del Futuro non possiamo certo offrire una ricostruzione “scientifica”. Il confine tra storia e cronaca è spesso dato dall’accessibilità alle fonti. È quasi naturale che nel nostro libro sia approfondito maggiormente il periodo sino alla fine del Novecento, perché c’è più storiografia, ci sono più studi a disposizione.

“L’Italia repubblicana” descrive un Paese sempre più impoverito e instabile.
L’instabilità dell’Italia ha radici profonde.

Ma la solidità del governo Meloni non contraddice questa vostra interpretazione?
Bisogna capire se alla stabilità formale del governo ne corrisponde una sostanziale del Paese. È vero che Meloni è presidente del Consiglio da più di tre anni, e tuttavia il governo sembra non essere così forte da dare un senso di stabilità all’intera Italia. Ci sono fasce della popolazione, in particolare nel Mezzogiorno, che la stabilità economica e sociale probabilmente non l’hanno mai conosciuta.

Perché la partecipazione degli italiani alla vita politica e al voto è crollata negli ultimi trent’anni? Alle elezioni politiche del 1992 l’affluenza fu dell’87 per cento…
È una tendenza che caratterizza in particolare le democrazie occidentali. La mia interpretazione è che ci sia un nesso tra politiche economico-sociali incisive e partecipazione elettorale. Se la classe politica non prova a dare risposte con grandi riforme ai bisogni delle fasce più deboli della popolazione, diventa meno credibile, meno coinvolgente. Capisco che non è sufficiente tassare di più chi detiene grandi patrimoni per risanare i conti pubblici, ma è anche vero che potrebbe essere un segnale di redistribuzione della ricchezza che una classe politica autorevole dovrebbe seriamente considerare.

La vera stagione delle riforme, a giudicare dalla vostra sintesi, è lontanissima: gli anni ’50.
Non c’è più stata una stagione come quella nella storia recente dell’Italia. Nessuna riforma degli ultimi quarant’anni può essere confrontata con il piano Ina-casa, la riforma agraria o la Cassa per il Mezzogiorno. Non c’è più stata quella volontà di redistribuire la ricchezza tra i cittadini, e tra il Nord e il Sud. Anzi, non ci si è proprio pensato. Alla classe politica è mancata la grande ambizione di trasformare l’economia e la società.

Una decadenza irreversibile?
Bisogna ricordare che oggi il contesto è profondamente cambiato: un ruolo molto importante viene giocato dalle istituzioni europee, il cui approccio privilegia i vincoli monetari e finanziari rispetto ai problemi e alle politiche sociali, con le conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti. La Sardegna, che è una regione debole, ha pagato (e paga) il prezzo di queste politiche definite, in senso lato, neoliberiste.

La riforma agraria fu voluta da Antonio Segni. È lo spunto per parlare dei quattro sardi – più precisamente dei quattro sassaresi – che compaiono come protagonisti nella storia dell’Italia repubblicana.
Antonio Segni fu il leader politico della Dc sarda, ma anche un legislatore e un uomo di grandi riforme. Enrico Berlinguer, poiché il Partito comunista non aveva la possibilità di governare, fu essenzialmente un uomo di partito e un leader politico nazionale. Francesco Cossiga fu ministro, presidente del Consiglio e capo dello Stato, ma non legò il suo nome a una grande riforma, come invece aveva fatto Antonio Segni. E come provò a fare il figlio di quest’ultimo, Mario, con la stagione dei referendum: ma si è trattato di riforme politico-istituzionali incompiute e di riforme elettorali realizzate soltanto in parte.

Mario Segni con le vittorie nei referendum aveva in mano l’Italia, ma se l’è lasciata scappare.
Lo hanno detto in tanti, ma la questione è molto più complessa. Lui credette fino in fondo a quel disegno senza inseguire interessi personali, con la generosità che dovrebbe contraddistinguere i politici di alto livello. Decise di privilegiare la coerenza con il suo progetto, con la sua idea di politica, rispetto alla ricerca di posizioni di potere.

E quindi niente Segni. Arriva invece Berlusconi. L’esperienza politica e governativa del Cavaliere, tra il 1994 e il 2011, per voi è già storia. Che giudizio si può dare?
Ci sono diverse ricostruzioni, soprattutto giornalistiche. Ci sono le ricerche sul berlusconismo di Giovanni Orsina. Ci sono studi di politologi. Ma non c’è finora il libro di uno storico che studi in modo approfondito la figura di Silvio Berlusconi: lo ha ricordato anche Albertina Vittoria nell’intervista al “Venerdì”. Sicuramente Berlusconi ha cambiato la politica italiana e trasformato il rapporto tra cittadini e istituzioni. Ma la sua eredità è controversa, anche perché non è riuscito a individuare un uomo o una donna che potesse continuare il suo percorso. Forza Italia senza di lui è un partito molto diverso.

Come è cambiato il lavoro dello storico in questi ultimi anni di fronte all’immensa disponibilità di dati digitali?
Lo storico si trova in difficoltà, e dovrà presto trovare soluzioni nuove. Basti pensare alla mole di informazioni che si può desumere dagli scambi di lettere tra politici, tra intellettuali… Oggi la gran parte di queste interazioni si svolge tramite e-mail, che solo eccezionalmente vengono stampate o quasi mai archiviate in formato pdf. Quale uomo politico, al giorno d’oggi, si preoccupa di conservare in modo sistematico un archivio digitale dei propri messaggi, che possa un domani costituire materia di studio per gli storici? Personalità come Giulio Andreotti, Antonio Segni, Palmiro Togliatti, Pietro Nenni si adoperarono per raccogliere le loro carte, anche per una futura ricostruzione della loro biografia. Ho più di un dubbio che Matteo Renzi o Giorgia Meloni nutrano la stessa preoccupazione.

Nel romanzo “Quello che possiamo sapere”, da poco uscito in Italia, Ian McEwan immagina che gli storici del 22° secolo avranno accesso libero e illimitato a tutti i dati digitali prodotti da quando esiste internet, fino al più banale dei messaggi, alla più irrilevante delle mail, condividendo così ogni istante pubblico e privato delle vite dei personaggi studiati. È uno scenario plausibile per il futuro della vostra disciplina?
Lo scenario è suggestivo, ma poco realistico. È difficile che i dati oggi controllati da soggetti privati – che non hanno alcun interesse a trasformare i propri server in grandi archivi pubblici per la ricerca storica – possano essere effettivamente messi a disposizione degli studiosi. Fatta salva, beninteso, l’eventualità che pressioni o interessi politici ed economici di ampia portata inducano a profondi cambiamenti.

C’è un altro problema, sottolineato nei giorni scorsi dalla filosofa Mariarosaria Taddeo, docente a Oxford. In un anno nel mondo si producono dati per 250mila miliardi di gigabyte ed è ormai impossibile per gli umani orientarsi tra di loro senza l’aiuto dell’intelligenza artificiale. Gli storici ne fanno uso? E come?
Dipende dal campo d’indagine. Nella ricerca quantitativa l’AI è già utilizzata per passare al setaccio masse enormi di testi, ricostruire l’architettura dei discorsi, isolare le parole chiave e i nuclei tematici più frequenti in specifici contesti. Molti archivi sono stati digitalizzati e questo facilita le ricerche. Un’altra novità è che in alcuni casi – ad esempio, all’Archivio centrale dello Stato – si consente oggi di fotografare i documenti, mentre prima i ricercatori potevano solo prendere appunti. L’ingresso della macchina fotografica in archivio ha rappresentato una “rivoluzione” per il lavoro dello storico.

Con il vostro libro ritenete di aver dato qualche contributo innovativo all’interpretazione o alla periodizzazione dei fatti?
L’intento non era aggiungere un’ennesima interpretazione, ma provare a offrire una sintesi il più possibile equilibrata di ottant’anni di storia repubblicana. Non privilegiare un periodo storico rispetto a un altro. Mantenere un giusto rapporto tra la storia “interna” e il contesto internazionale: ad esempio, non aderiamo né alla lettura che vede le decisioni italiane come mera proiezione di volontà formulate a Washington, né a quella, opposta e rassicurante, che nega qualsiasi forma di condizionamento esterno. L’altro aspetto sul quale ci siamo soffermati è la chiarezza della scrittura, la comprensibilità ai non addetti ai lavori.

Niente note.
Sì, solo riferimenti bibliografici all’interno del testo, proprio per non appesantire il volume con un apparato che per gli studenti non è fondamentale.

Libri, film, giornali, programmi televisivi sono continuamente citati e diventano parte integrante della storia.
Si deve soprattutto alla professoressa Vittoria, che ha scritto diversi articoli e libri sulla storia culturale italiana.

La politica, l’economia, la cultura. Ma anche un’attenzione ad aspetti più personali, esistenziali.  Nel racconto degli anni ’70-primi anni ’80 seguite il percorso drammatico di un’intera generazione attraverso il terrorismo nero e rosso, il dilagare della droga e l’epidemia di Aids.
Non abbiamo voluto tenere separato il profilo sociale da quello economico e politico. Uno dei nostri obiettivi, sin dall’inizio, è stato quello di intrecciarli senza trascurarne uno a vantaggio degli altri. Ci è sembrato necessario mettere in risalto, ad esempio, il disagio che attraversava in forme più o meno forti il mondo giovanile degli anni ’70. La generazione che non aveva fatto la Resistenza si preparava a sostituire quella precedente, ma al passaggio del testimone rivelava le sue fragilità.